In questo racconto sentito mille volte mi stupisce sempre l’immediatezza dell’azione: “subito lasciarono le reti e lo seguirono”, “subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui”.
Siamo all’inizio del Vangelo di Marco, Gesù non si è ancora fatto conoscere con miracoli, anche se il battesimo al Giordano lo ha rivelato. Eppure questi pescatori gli vanno dietro subito, lasciando i beni (le reti saranno state importanti per un pescatore) e gli affetti.
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E la pesca, faticosa, per trarre dal mare il sostentamento, fa da sfondo a vari episodi tra Gesù e i discepoli (la pesca miracolosa, l’incontro con Gesù dopo la resurrezione). È come se quello che fa l’uomo per “campare”, per vivere, fosse rivitalizzato, potenziato in un modo esagerato, da Gesù: Gesù incontra gli uomini proprio nel momento in cui vanno a pesca, o tornano delusi da una pesca infruttuosa, loro che “sono del mestiere”, o riparano le reti.
Qui li chiama e loro gli vanno dietro subito; altrove li invita a gettare le reti e loro, che da esperti di pesca non l’avrebbero certo fatto, lo fanno e poi non sanno più come tirar su le reti stracolme. Lasciano beni, convinzioni, affetti; le loro esistenze non saranno per questo annullate, ma semmai riempite di vita.
Per Riflettere
Gesù ci soprende sempre… Quanto penso che Gesù mi toglie, mi chiede, e quanto invece mi accorgo di tutto quello che mi dà?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
