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Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 11 novembre 2025

Gesù nella sua predicazione non si fa problemi ad entrare in contraddizione con se stesso pur di farci arrivare un messaggio.

Mentre in altri discorsi il modello di schiavitù tra l’uomo e Dio è stato scardinato dalla nuova relazione tra il Padre e noi suoi figli, in questa parabola la servitù nella sua accezione più letterale viene messa al centro del nostro rapporto con Dio.

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Qui infatti Gesù sottolinea come per i servi non abbia senso aspettarsi la gratitudine dal padrone. Inutile illudersi di avere un posto a tavola come premio per aver svolto il proprio dovere (nemmeno per intero, tra l’altro). Anzi, dopo una giornata di duro lavoro nella vigna del Signore, l’unica consolazione che dobbiamo concederci è la rassegnazione di essere “solo dei servi”.

Ed è questa rassegnazione nelle mani del Signore che ci libera. Ci libera dall’ossessione di una ricompensa da parte sua. Ci libera dagli affanni della competizione per metterci in mostra davanti a lui o tra di noi. Ci libera dalle preoccupazioni sul nostro futuro. Perché alla fine siamo tutti semplicemente dei servitori, ed il Signore che è buono provvederà a noi in tutto.

Che dobbiamo fare noi in cambio di tutto questo? Semplicemente dire di sì e fare quello che ci chiede, qualunque cosa essa sia, gioendo della bellezza di essere solo degli umili servi. Chiediamo ogni giorno al Signore che si compia la sua volontà, per liberarci dalle inutili illusioni derivanti dalla nostra volontà.
“Pietro, tu mi ami?”. “Sì, Signore”. “Allora pasci le mie pecorelle”.

Per Riflettere

Quanto ci è difficile immaginarci come solo degli umili servi? Riusciamo a spogliarci della nostra pesante individualità ed accettare la volontà del Signore invece della nostra?

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi