Settima Catechesi – Incontro Mondiale delle Famiglie – Dublino 2018

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SETTIMA CATECHESI

LA CULTURA DELLA GIOIA

“AL VEDERLO RESTARONO STUPITI(LC 2,48)

Vergine e Madre Maria, tu che, mossa dallo Spirito,
hai accolto il Verbo della vita nella profondità della tua umile fede, totalmente donata all’Eterno,
aiutaci a dire il nostro “sì” nell’urgenza, più imperiosa che mai, di far risuonare la Buona Notizia di Gesù.
Tu, ricolma della presenza di Cristo, hai portato la gioia a Giovanni il Battista, facendolo esultare nel seno di sua madre.
Tu, trasalendo di giubilo, hai cantato le meraviglie del Signore.
Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce con una fede incrollabile, e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione,
hai radunato i discepoli nell’attesa dello Spirito perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice.
Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte.
Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne.
Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione, madre dell’amore, sposa delle nozze eterne,
intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima,
perché mai si rinchiuda e mai si fermi nella sua passione per instaurare il Regno.
Stella della nuova evangelizzazione,
aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa,
della giustizia e dell’amore verso i poveri,
perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce.
Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi.
Amen. Alleluia.
(Papa Francesco, Evangelii Gaudium 24 novembre 2013)

La gioia viene spesso intesa come il coronamento dei propri desideri, dei propri progetti, di ciò che sta più a cuore, come se fosse già scontato conoscere ciò che veramente dà felicità all’esistenza umana. La cultura attuale con la potenza dei mass- media riesce notevolmente ad inculcare nella mente e nel cuore di tutto il genere umano un modello di gioia che sembra essere valido per ogni essere umano di qualsiasi paese, tradizione ed etnia. Un esempio emblematico dei giorni nostri è il telefonino: non esiste oggi persona che non lo possieda; chi invece ancora non ce l’ha è tutto teso nel desiderio di averlo quanto prima. In altre parole, in modo alquanto subdolo ma molto efficace si prospetta un modello di uomo che se vuole essere gioioso e pienamente inserito nelle relazioni sociali con gli altri, non può fare a meno di questo strumento tecnologico. Ma è proprio vero che l’uomo conosce bene cosa lo rende veramente felice? È possibile che per avere la felicità si debba lottare e faticare tanto per raggiungere un modello di vita che, alla fine, solo pochi nel mondo riescono ad ottenere?

Ancora una volta l’icona evangelica scelta come riferimento per queste catechesi offre quella luce per indirizzare la strada verso la gioia vera. La prima reazione emotiva che l’evangelista Luca racconta di Maria e Giuseppe, nel momento in cui trovano Gesù seduto nel tempio a discutere con i maestri, è quella dello stupore, e non dell’angoscia o della rabbia o di altri sentimenti negativi, che sono anch’essi giustificabili per aver provato la paura di perderlo. Quel Bambino che Maria ha tenuto in grembo per nove mesi e che Giuseppe ha portato in Egitto per salvarlo dalle mani del re Erode, adesso compie un qualcosa per loro di inaspettato e di sorprendente. La loro profonda meraviglia infonde nei loro cuori una gioia che non è facile descrivere, forse ne può dare una idea ciò quando si prova nella vita il dono di un qualcosa che va al di là delle proprie aspettative e dei propri desideri. La gioia, quella vera, è sempre inaspettata, sorprende e allarga il cuore verso orizzonti infiniti. Invece, la gioia, quella desiderata e cercata, una volta raggiunta, chiude il cuore umano dentro i limiti dei propri desideri e spinge ancora verso altre aspirazioni non soddisfatte. Gioisce veramente non chi raggiunge la gioia progettata, ma chi si fa raggiungere dalla gioia mai pensata. Non a caso proprio la prima parola, il saluto dell’arcangelo Gabriele a Maria al momento dell’annunciazione, tradotto per tanto tempo con “Ave” o “Salve”, è invece “Rallegrati”.

Alla giovane promessa sposa di Nazaret, tutta intenta alla realizzazione del suo sogno di amore con Giuseppe, viene annunziato un qualcosa di inimmaginabile, che cambia radicalmente i suoi progetti, eppure l’angelo le comunica subito che questo annuncio è per lei motivo di grande gioia. La gioia autentica stravolge sempre i propri progetti per proiettare al di là delle anguste aspirazioni umane. Questo è uno dei motivi fondamentali per cui spesso si guarda il messaggio cristiano con grande sospetto, come se fosse nemico della felicità umana. «È una convinzione della Chiesa che molte volte è stata rifiutata, come se fosse nemica della felicità umana. Benedetto XVI ha raccolto questo interrogativo con grande chiarezza: “La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?”. Ma egli rispondeva che, seppure non sono mancati nel cristianesimo esagerazioni o ascetismi deviati, l’insegnamento ufficiale della Chiesa, fedele alle Scritture, non ha rifiutato “l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros […] lo priva della sua dignità, lo disumanizza”» (Al 147).

Dio non è affatto nemico della gioia dell’uomo, anzi desidera ancor più della creatura umana di donarle una sovrabbondanza di gioia, che riguarda ogni singolo elemento della sua umanità, anche l’elemento spesso ritenuto fuorviante dalla vera gioia, quello erotico. Il vero nemico del piacere sessuale, come comunemente si pensa, non è affatto Dio o il Vangelo o la Chiesa. È l’uomo stesso che, con la sua debolezza causata dal peccato originale, disumanizza quanto di bello e di meraviglioso il Creatore gli ha donato. Per orientare alla vera gioia bisogna anche partire dal proprio corpo e dal linguaggio iscritto in esso. In Amoris laetitia Papa Francesco dona a tutti indicazioni molto concrete e profetiche:

«L’educazione dell’emotività e dell’istinto è necessaria, e a tal fine a volte è indispensabile porsi qualche limite. L’eccesso, la mancanza di controllo, l’ossessione per un solo tipo di piaceri, finiscono per debilitare e far ammalare lo stesso piacere, e danneggiano la vita della famiglia. In realtà si può compiere un bel cammino con le passioni, il che significa orientarle sempre più in un progetto di autodonazione e di piena realizzazione di sé che arricchisce le relazioni interpersonali in seno alla famiglia. Non implica rinunciare ad istanti di intensa gioia, ma assumerli in un intreccio con altri momenti di generosa dedizione, di speranza paziente, di inevitabile stanchezza, di sforzo per un ideale. La vita in famiglia è tutto questo e merita di essere vissuta interamente» (Al 148). Compito primario della Chiesa è allora annunciare proprio l’Evangelii gaudium (titolo della prima esortazione apostolica del Papa), perché solo il Vangelo rivela la gioia vera ed educa il cuore dell’uomo alla gioia stessa. «Dio ama la gioia dell’essere umano, che Egli ha creato tutto “perché possiamo goderne” (1 Tm 6,17). Lasciamo sgorgare la gioia di fronte alla sua tenerezza quando ci propone: “Figlio, trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice” (Sir 14,11.14). Anche una coppia di coniugi risponde alla volontà di Dio seguendo questo invito biblico: “Nel giorno lieto sta’ allegro” (Qo 7,14)» (Al 149).

Se il Vangelo svela all’uomo la gioia, la famiglia ne è la culla originaria. Come ogni matrimonio nasce per il grande desiderio dei giovani sposi di trovarvi pienezza di gioia, così esso fallisce principalmente perché tale desiderio non viene soddisfatto. Paradossalmente tutti cercano gioia nel matrimonio, tutti si promettono con convinzione gioia nel matrimonio, ma molti con grande facilità si trovano alla deriva con il naufragio del loro patto coniugale. Perché questi fallimenti matrimoniali sono sempre più frequenti? E si può dire che un matrimonio sia riuscito per il solo fatto che i coniugi siano stati fedeli sino alla fine anche se non hanno vissuto la loro relazione coniugale nella gioia dell’amore? In altre parole, nel matrimonio basta la sola fedeltà coniugale per vivere in pienezza il matrimonio oppure è essenziale soprattutto un’altra fedeltà ben più profonda e radicale che dia gusto e sapore alla loro vita coniugale? Certamente oggi il numero di separazioni e divorzi è cresciuto in modo esageratamente esponenziale rispetto a qualche decennio fa, ma non è detto che i matrimoni del passato, perché durati “finché morte non ci separi”, siano tutti riusciti. Forse si è così spiritualizzato e moralizzato il patto matrimoniale da offuscarne un elemento essenziale che sta alla sua origine.

«Nel matrimonio è bene avere cura della gioia dell’amore. Quando la ricerca del piacere è ossessiva, rinchiude in un solo ambito e non permette di trovare altri tipi di soddisfazione. La gioia, invece, allarga la capacità di godere e permette di trovare gusto in realtà varie, anche nelle fasi della vita in cui il piacere si spegne. Per questo san Tommaso diceva che si usa la parola “gioia” per riferirsi alla dilatazione dell’ampiezza del cuore. La gioia matrimoniale, che si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro: “prestandosi un mutuo aiuto e servizio”» (Al 126).

Come, allora, custodire ed alimentare la gioia dell’amore nel lungo e spesso monotono ed insidioso scorrere della vita coniugale? Basta il solo impegno dei due coniugi? Basta la loro volontà e il loro sforzo per ravvivare la gioia nella loro relazione di amore? Questi sono gli errori frequenti che le coppie commettono facendo degenerare il loro rapporto in condizioni drammatiche e a volte paradossali. Non è una questione di volontà, ma di “spiritualità della bellezza” che consente al coniuge di cogliere ed apprezzare «“l’alto valore” che ha l’altro. La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà. L’amore per l’altro implica tale gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, che esiste al di là dei miei bisogni. Questo mi permette di ricercare il suo bene anche quando so che non può essere mio o quando è diventato fisicamente sgradevole, aggressivo o fastidioso. Perciò, “dall’amore per cui a uno è gradita un’altra persona dipende il fatto che le dia qualcosa gratis”. L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili. Lo sguardo che apprezza ha un’importanza enorme e lesinarlo produce di solito un danno. Quante cose fanno a volte i coniugi e i figli per essere considerati e tenuti in conto! Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele e proteste che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano» (Al 127-128).

La gioia non è un elemento accessorio che dipende dalle condizioni di ogni singola famiglia. Essa è essenziale nell’identità della famiglia stessa. Quando la gioia manca, la famiglia o va in crisi oppure tira a campare. Occorre una vera e profonda spiritualità perché «la gioia di tale amore contemplativo va coltivata. Dal momento che siamo fatti per amare, sappiamo che non esiste gioia maggiore che nel condividere un bene: “Regala e accetta regali, e divertiti” (Sir 14,16). Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: “Come delizierai gli angeli!”. È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui» (Al 129). Solo così si rende possibile ciò che la logica umana crede irrealizzabile, ovvero «la gioia si rinnova nel dolore. Come diceva sant’Agostino, “quanto maggiore è stato il pericolo nella battaglia, tanto più intensa è la gioia nel trionfo”. Dopo aver sofferto e combattuto uniti, i coniugi possono sperimentare che ne è valsa la pena, perché hanno ottenuto qualcosa di buono, hanno imparato qualcosa insieme, o perché possono maggiormente apprezzare quello che hanno. Poche gioie umane sono tanto profonde e festose come quando due persone che si amano hanno conquistato insieme qualcosa che è loro costato un grande sforzo condiviso» (Al 130).

In Famiglia

Riflettiamo

  1. Tutti si sposano perché provano una grande gioia verso l’amato del cuore e perché desiderano con lui realizzare il sogno della loro vita che è la felicità. Perché tutto questo, che è quanto mai scontato, non sempre si realizza?
  2. La gioia dell’amore nella vita coniugale e familiare è un ideale o una realtà? Qual è l’ideale irreale o quale il reale?

Viviamo

  1. La questione non è trovare la gioia ma educare alla vera gioia. In che senso bisogna educarsi alla vera gioia e come fare?
  2. Perché la crisi coniugale e familiare può diventare sorgente di una gioia grande dell’amore?

In Chiesa

Riflettiamo

  1. Come afferma spesso Papa Francesco, compito primario della Chiesa è annunciare l’Evangelii gaudium, perché solo il Vangelo rivela e dona la gioia vera al cuore dell’uomo. Non sempre tale annunzio è evidente. Perché?
  2. Oggi più che mai urge un’azione pastorale della Chiesa imbevuta di gioia. Che significa e come questo può realizzarsi nelle nostre comunità cristiane?

Viviamo

  1. Oggi molti giovani hanno molta paura di sposarsi. Quale contributo può dare la Chiesa perché si possa riscoprire la gioia dell’amore consacrato nel sacramento del matrimonio?
  2. Quali proposte perché la Chiesa possa aiutare le famiglie a vivere e a sperimentare la vera gioia dell’amore?
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