don Armando Matteo – Tessitori di fraternità

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LA SFIDA

don Armando Matteo, Docente Pontificia Università Urbaniana-Roma

Nota: il testo qui riportato è la trascrizione integrale della video registrazione della relazione, NON rivisto dal relatore durante la 18° Edizione delle Giornate Nazionali di Formazione e spiritualità missionaria.

 E’ molto bello ritrovarci insieme a riflettere su questo tema della fraternità. E l’orizzonte specifico nel quale io mi colloco è quello sociologico, cioè chiederci come questo tema reagisce all’interno della nostra società, all’interno del contesto storico nel quale noi ci troviamo e dico subito che ho intenzione di comunicare due idee, due grandi intuizioni.

La prima, molto semplice e penso anche abbastanza evidente, è che il contesto nel quale noi ci troviamo, il contesto culturale, la contemporaneità – alcuni usano il termine post-modernità –, è un tempo che non ha le porte aperte per la fraternità, è un tempo che sfida profondamente la fraternità, perché è un tempo nel quale prevale piuttosto un certo individualismo, un certo egoismo. Lo stesso papa Francesco in alcune occasioni ha parlato dell’uomo di oggi, cioè di noi appunto, come tempo dell’egolatria in cui si adora il proprio io. E non sono mancati neanche degli studiosi che hanno provato a caratterizzare il tipo di individualismo che oggi ci contraddistingue inventando questo neologismo: il “narcinismo”. Cioè, non siamo semplicemente narcisi, non siamo semplicemente cinici ma addirittura narcinici. Tutto questo inietta dentro il nostro cuore una certa forma di intolleranza nei confronti del tema della fraternità.

La seconda intuizione, la seconda idea che vorrei condividere con voi riguarda il fatto che dal mio punto di vista il tema della fraternità è centrale all’interno del documento programmatico di papa Francesco, nel pontificato di papa Francesco, nell’Evangelii Gaudium. Sappiamo che il documento è molto lungo; lo stesso Pontefice all’inizio si scusa per la lunghezza; ma nel leggerlo dall’inizio alla fine, cercando quella che può essere una coordinata di fondo, penso che ci venga immediatamente incontro il tema della fraternità. Lo vedremo meglio in un passaggio del mio intervento e mi piace sin da subito sottolineare che quando papa Francesco parla della fraternità ne parla con accenti che in qualche misura superano una certa ingenuità che potrebbe essere del tutto normale per noi credenti. La nostra liturgia è piena di fratelli e sorelle, di scambi della pace e così via. No, papa Francesco dice che dobbiamo affrontare la sfida di riscoprire, di trasmettere la mistica di vivere insieme, la sfida di fare nostra appunto una fraternità mistica. Questo aggettivo, mistico, unito alla parola fraterno, alla parola fraternità dice che è qualcosa non semplice, che richiede una certa postura, un certo impegno da parte nostra.

E allora partiamo dal primo punto perché il contesto contemporaneo sfida la fraternità, perché è poco disponibile, non immediatamente disponibile al tema della fraternità. Come mai noi uomini e donne dell’occidente avanzato in questo inizio di millennio in qualche misura ci poniamo più su una direzione, su una frequenza di individualismo, di auto centrati, riferiti di più a noi stessi? Perché non sentiamo più il bisogno dell’altro? Cosa ci è capitato? In che cosa è cambiato il nostro sguardo sulla realtà per cui ad un certo punto si impone la verità per la quale ciascuno di noi può essere felice, può essere umanamente compiuto anche senza il concorso dell’altro? Ci facciamo aiutare in questa perlustrazione da un libretto di alcuni anni fa che si intitola “La morte del prossimo”, scritto da Luigi Zoja. E’ un testo che fece un certo rumore quando venne pubblicato e ci dà alcune traiettorie sulle quali poi poter lavorare.

«Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Alla fine dell’Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto. Passato il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo»1.

«Quando Nietzsche disse che Dio era morto non voleva riferire di aver visto una morte: voleva solo dire che, diversamente dai secoli precedenti, Dio non era più necessario per spiegare le relazioni sociali, familiari, politiche, le forme dell’arte e del sapere: la vita, insomma. Dopo l’industrializzazione del secolo XIX, dopo lo stretto legame tra guerra e produzione del XX secolo, e con la globalizzazione del XXI, non si può più descrivere una società senza parlare di merci e commerci. Si può, invece, spiegare la stessa società facendo a meno non solo di Dio ma anche del prossimo: come se le relazioni economiche non avvenissero in una comunità, come se non fossero una sottospecie delle relazioni umane. Tutte e due le idee su cui si basa la morale giudeo-cristiana sono diventate superflue (cioè optional) sia per le nostre azioni sia per la nostra mente»2.

Questa ultima espressione indica esattamente la traiettoria di fondo cioè l’idea che noi non abbiamo più bisogno del prossimo e quindi non abbiamo più bisogno di tessere trame di fraternità per il compimento della nostra umanità. Per dirla in maniera semplice: per essere felici bastiamo a noi stessi. Questo è un po’ il mantra che descrive il contesto contemporaneo. Ma, come si è arrivati a tutto questo? Si è arrivati perché noi ci troviamo all’indomani di ciò che con un’espressione ormai diventata di moda nell’ambito cattolico, ci troviamo in un cambiamento d’epoca, Questa espressione è di papa Francesco e con questa espressione si possono intendere tante cose. Ma, ciò che mi interessa di più sottolineare, è che il modo di vivere degli uomini e delle donne dell’occidente avanzato, in modo particolare, è radicalmente mutato. La differenza tra noi e i nostri avi non è semplicemente in quel cellulare, in quell’auto ibrida che abbiamo, in treni particolarmente veloci o in altro, ma nel fatto che noi facciamo in un mondo profondamente cambiato, in un modo radicalmente altro, le cose che loro facevano; anche mangiare, vestire, pensare alla nostra vita, pensare al nostro futuro, pensare alla nostra felicità, fare famiglia. Non c’è più un progresso di tipo lineare, ma è accaduta una rottura straordinaria. Questa rottura a livello del singolo cittadino, a livello del luogo comune, direi a livello di ciascuno di noi è in qualche misura rappresentata da una forma radicale di emancipazione, di liberazione, di promozione appunto della nostra soggettività. Ad un certo avvengono tutta una serie di cambiamenti prima culturali e poi anche concreti, che vanno a toccare proprio l’esistenza concreta. Parlerò, per esempio, della lavatrice, per dire come la lavatrice ha sconvolto le economie psichiche, e non solo le economie domestiche, della vita delle donne: ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare alla vita, di pensare all’umano, di pensare a quella cosa alla quale poi tutti più o meno pensiamo: come si fa ad avere una vita buona. Come si fa ad avere una vita felice? Zoja ci dice che oggi né Dio né il prossimo intervengono lì dove i soggetti contemporanei pensano a questo tema della felicità, del compimento, del benessere. Vedremo anche che è stata una benedizione questo cammino di liberazione, di emancipazione e che però ha comportato quella storia antica di buttare il bambino con l’acqua sporca. L’acqua sporca certamente erano tutti i bisogni, i legami che inevitabilmente nel passato era necessario contrarre con gli altri lì dove non c’erano tutte queste facilitazioni che noi abbiamo. Zoja spesso fa riferimento al navigatore satellitare: in passato, quando uno andava in un’altra città era obbligato a fermarsi e a chiedere indicazioni di una strada. Oggi abbiamo la voce della signorina che ci conduce lì dove dobbiamo andare senza chiedere a nessun altro. Ovviamente c’è un bisogno in meno ma c’è anche poi il rischio, lo dice proprio Zoja, che l’autista diventi autistico cioè pensi di poter fare tutto da sé. Allora noi veniamo, ed è bene averlo presente, da una comunità di bisognosi, da una comunità di bisogni. E questo era anche uno dei motivi per cui la fraternità, la parola cristiana della fraternità atterrava su un terreno che era già in qualche modo dissodato, aperto al senso dell’apertura. C’era proprio bisogno degli altri. Una comunità di bisognosi che produceva poi anche un bisogno dell’altro, un bisogno della comunità. Questo ad un certo punto si è lentamente azzerato, fortemente ridotto. Faccio il mio esempio personale: vivo a Roma e di fronte casa mia c’è un supermercato che è aperto tutte le ore del giorno e della notte e chiude solo a Natale. In un passato anche recente avessi avuto bisogno di qualcosa in una domenica o in un’ora un po’ particolare ero del tutto necessitato di disturbare la vicina di casa; adesso mi vesto, esco e vado a fare la spesa a qualsiasi ora. Insieme a quest’acqua sporca, diciamo così, di una condizione piuttosto esigente perché carica di tanti bisogni, è andato via anche il bambino e cioè l’idea che non abbiamo bisogno degli altri. Ecco su questo c’è molto da discutere e soprattutto il cristianesimo deve discutere, perché la parola della fraternità che costituisce una parola essenziale del messaggio cristiano, come ci dirà papa Francesco, non è qualcosa che cala dall’alto, ma che corrisponde esattamente a qualcosa che ci portiamo dentro, perché essendo stati creati ad immagine di Dio, che è trinità, il rapporto con l’altro ci è essenziale come l’ossigeno. Allora cosa è successo? E’ successo un cambiamento davvero radicale del modo di stare al mondo che ha in qualche misura portato a una emancipazione davvero profonda dei soggetti. E questa emancipazione giunge poi al nostro contesto, al nostro oggi, dove c’è un investimento inverosimile di ciascuno su se stesso, fino ad arrivare a credere, come se fosse una verità evidente, che per essere felici bastiamo a noi stessi. L’altro, come diceva Zoja, non ci è più necessario.

Come nasce questo cambiamento? Se vogliamo capire chi siamo noi, perché pensiamo in un certo modo – in questo contesto ci occupiamo soprattutto di questa ondata di individualismo, di egolatria, di narcinismo che un po’ ci caratterizza – dobbiamo fare un passaggio indietro nella storia. Non si spiega mai un cambiamento così radicale nelle vicende dell’umano se dietro non c’è un cammino anche piuttosto ampio. Per cui io dico sempre, un po’ scherzando, che indipendentemente dalla data di nascita che troviamo sulla nostra carta d’identità, tutti siamo nati, come sguardo sulla realtà, nel 1859. Il 1859 è l’anno in cui Darwin pubblica “L’origine della specie”. E’ un libro che per la prima volta introduce nella storia del pensiero, nella storia delle  idee, un’ipotesi davvero affascinante. Per spiegare la presenza dell’umano sulla storia non abbiamo bisogno di Dio ma la storia evolutiva delle specie può rendere ragione della presenza dell’essere umano. Questo è un salto davvero potente, incredibile, al quale immediatamente ne seguono altri. Penso qui in particolare a ciò che capita con Marx e in particolare ai vari tentativi di trasformazione politica del pensiero di Marx e cioè a quell’idea che non è più così necessario avere bisogno del paradiso per una giustizia in terra. Non abbiamo bisogno di rinviare la soluzione della sofferenza umana a un’escatologia di cui non sappiamo niente, ma possiamo già sin d’ora lavorare in questa direzione grazie appunto alla trasformazione dei mezzi di produzione e così via. Anche qui un altro passaggio: e cosa non dire dell’antropologia, della lettura che da dell’uomo Freud con la sua psicanalisi. Per la prima volta ci viene detto che per spiegare ciò che noi siamo, per spiegare quello che si vede e anche per quello che non si vede, non c’è bisogno di far riferimento ad un atto creativo di Dio che ad un certo punto metterebbe dentro di noi un’anima di tipo spirituale. No, l’essere umano è tutta energia, un’energia che si da sotto forme diverse. Una forma più immediatamente dura e una invece più sofisticata che è quella della nostra coscienza. Accanto a questo non possiamo dimenticare che dopo questi grandi pensieri tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento inizia a svilupparsi la seconda rivoluzione industriale, inizia quel processo  che noi oggi chiamiamo “la globalizzazione” con una serie di imprese, di aziende che riescono a imporsi su tutto il mondo. Penso alla General Motors, alla Ford, alla Fiat, alla Coca Cola che nascono in quel periodo. Che cosa accade con questo cambiamento legato alla seconda rivoluzione industriale? Accade un cambiamento profondo rispetto alla direzione della vita. Si veniva da un passato in cui l’idea era: noi lavoriamo per guadagnarci da vivere. Sostanzialmente era questo il senso della vita umana, in senso più religioso siamo qui per scontare dei peccati antichi, attuali e per avere la salvezza, la felicità in un altro momento. Qui cambia, perché qui si impone in maniera radicale il senso del denaro. Si passa dall’economia della salvezza, di cui parla il Concilio Vaticano II, alla salvezza tramite l’economia. Pensate che quando Ford muore lascia sul conto qualcosa come 199 miliardi di dollari, una cifra eclatante e da quel momento il denaro diventa un senso profondo per la vita. Oggi non si può discutere di nulla se non si fa riferimento al denaro. Questi pensieri, queste trasformazioni dell’economia producono una risposta alternativa a quella che normalmente gli uomini e le donne si sono date soprattutto nel nostro contesto culturale, nel nostro emisfero culturale, alle grandi domande: da dove veniamo? chi siamo? perché siamo qui e dove stiamo andando? Per tutte queste domande c’era bisogno di chiamare sempre in causa Dio. Veniamo da Dio, siamo anima creata da Dio, andiamo verso il paradiso e siamo qui per ottenere la salvezza. Per la prima volta, da un punto di vista culturale, questa spiegazione non è più l’unica. Non è che le persone immediatamente cambiano sentimento di vita. Ci vorrà del tempo, ci vorrà soprattutto la rivoluzione del ‘68, la rivoluzione culturale del 68.

E’ qui che già inizia a costituirsi l’orizzonte culturale dal quale poi prende concretezza l’individualismo odierno, il modo odierno di pensare alla propria identità, al proprio senso sulla vita. Faccio un esempio: la rivoluzione del ‘68, secondo molti, ha trovato nella canzone di John Lennon “Imagine” proprio un suo manifesto. I primi versi di questa canzone dicono immagina, se vuoi essere felice, se vuoi un mondo pieno d pace che non esista il paradiso e che non esista l’inferno; cioè, non devi più pensare a ciò che non si vede, ciò che si vede può rendere ragione di ciò che è l’umano. Ovviamente cosa succede? Succede questo, che Nietzsche afferma “Dio è morto”. Quando Nietzsche fa questa affermazione non intende dire che Dio muore, Dio essendo eterno non può morire, ma Dio è morto nel senso che il pensiero di Dio non è più necessario alla mente umana per dare ragione, spiegazione alla sua presenza sulla terra. Succede, che lo sguardo sulla realtà cambia in maniera incredibile.

Nei primi anni del Novecento noi assistiamo ad una riformulazione profonda sin dalle radici di ogni espressione della creatività umana: se non abbiamo più bisogno del pensiero di Dio e possiamo semplicemente guardare a ciò che è infinito, allora tutte le attività dell’intelligenza, della fantasia umana cambiano, possono essere declinate in modo diverso da come le abbiamo ereditate e non  è un caso che proprio tra il 1905 e il 1912 non esista branca del sapere umano o espressione dell’attività umana che non subisca una metamorfosi radicale. Alcuni esempi: la fisica con Einstein il principio della relatività, la matematica con i teoremi di incompletezza di Gödel, la musica con Schönberg il sistema dodecafonico, la pittura, Picasso con il cubismo; ma cambia anche la letteratura con Joyce oppure Pirandello, Kafka, il sistema incredibile in questo mondo capovolto di Kafka, Thomas Mann. Cambia anche la filosofia con Russell e poi successivamente il pensiero di Buber, appunto il pensiero dialogico. La sociologia con Simmel. Non c’è ambito della realtà umana che non venga trasformata nella direzione che ormai non c’è più bisogno di una verità unica o di un’unica verità come si è sempre pensato. Quella verità che in qualche modo portava verso Dio e costringeva, in qualche misura, la pluralità del finito ad adeguarsi a questa camicia di forza. Ma c’è lo spazio per una pluralizzazione, per un apprezzamento dell’alterità, per una esplosione di punti  di vista che non si erano mai dati.

Tutte queste sono delle premesse teoriche e l’orizzonte culturale. Ma oggi, l’unica cosa che c’è di condiviso è che non c’è niente di condiviso. Ognuno si sente autorizzato, legittimato a scrivere qualsiasi cosa su facebook, a pubblicare qualsiasi cosa su instagram e così via. Siamo addirittura nell’epoca della celebrazione, della fake news, come qualcosa del tutto naturale.

Questi due mutamenti di tipo culturale sono in qualche misura un orizzonte molto vago, molto ampio se vogliamo. Ma è in questo orizzonte che si introduce poi il terzo grande momento della rivoluzione del nostro stare al mondo e cioè l’arrivo della tecnica. L’arrivo della tecnica è la cosa che più di ogni altra ha sconvolto l’economia dell’essere umano portandoci in quella direzione che a noi interessa, cioè la direzione della esaltazione di noi stessi, delle nostre vite, delle nostre singolarità. Molti studiosi fanno risalire la nascita della tecnica ai campi di concentramento nazista perché è proprio in quel momento che nasce la tecnica così come noi la conosciamo. La tecnica come auto-perfezionamento infinito, quel senso di crescita che noi oggi abbiamo, la crescita che produce altra crescita.

Qual è il fine della crescita? La crescita stessa, cioè il perfezionamento infinito. Cosa succede nei campi di concentramento e poi anche con l’invenzione della bomba atomica? Capita che la  tecnica, cioè quella straordinaria invenzione che permette agli umani di trovare un equilibrio con la realtà e quindi di promozione, salta definitivamente. Perché nei campi di concentramento e poi con l’invenzione della bomba atomica accade che la tecnica venga utilizzata contro la vita umana. Nel momento in cui si raggiunge questo limite estremo la tecnica non ha più nessun tipo di limite, perché entra nella logica che tutto ciò che è sperimentalmente sperimentabile deve essere sperimentato. E’ la tecnica nella quale noi ci troviamo in questo momento, cioè la tecnica come questo perfezionamento continuo. Mi piacerebbe raccontarvi quanti esperimenti ci sono in giro per il mondo, cose che sembrano un po’ di fantascienza. Conosco un istituto di ricerca che sta lavorando a una pillola per bloccare la decolorazione dei capelli. Ad un certo punto i capelli se rimangono in testa e non cadono, perdono il loro colore originario, si decolorano; ecco stanno provano a trovare un rimedio per bloccare questo fenomeno. In ogni caso cosa succede? Succede che questa nuova veste della tecnica, questa nuova anima della tecnica va a inondare di scoperte, di invenzioni l’esistenza quotidiana e non solo l’esistenza quotidiana. Pensate cosa succede nel campo della medicina, della farmaceutica. Già nel 1960 viene inventata la pillola che sconvolgerà le economie psichiche delle donne dando loro uno sguardo sulla vita mai prima concesso loro. Pensate, a dicembre 1969 Barnard compie il primo intervento a cuore aperto e non possiamo dimenticare che, sempre nel 1969 a luglio, riusciamo a mandare degli astronauti sulla luna, a fare una piccola passeggiata e a ritornare. La tecnica ha una forza esplosiva, incredibile, accelera i processi di ripresa economica dalla seconda guerra mondiale. Cambia e sconvolge le economie domestiche. Qui torno alla lavatrice, dico sempre alle signore di dare un bacio alla lavatrice. Perché la lavatrice ha fatto per le donne ciò che nessuna legge poteva mai immaginare: ha regalato alle donne la liberazione da u’incombenza straordinaria che più o meno richiedeva l’impegno di due ore al giorno, cioè quello di lavare i panni a mano con tutto quello che poi questo comportava per la pelle, quando bisognava uscire in condizioni climatiche non ottimali. Una trasformazione pazzesca legata alla lavatrice e oggi non abbiamo solo la lavatrice, abbiamo la lavastoviglie, abbiamo i robot da cucina, abbiamo gli estrattori di frutta e sembra che stia per arrivare anche la stiratrice, ormai è questione di mesi. Forse il Covid ha un po’ bloccato questo tipo di invenzione. La vita diventa più leggera, c’è più tempo per noi, per i nostri hobby, per quello che in qualche modo ci interessa, cosa che prima non era possibile. Pensate la liberazione dai lavori usuranti, come ha determinato in maniera potente questa trasformazione anche della vita. E tutto questo porta proprio a questa idea: non abbiamo più bisogno di leggi della natura, non esiste in qualche misura una natura perché la scienza e la tecnica possono costantemente stravolgere, riscrivere ciò che sembrava eterno e fissato per sempre con tutto lo charme, l’ambivalenza, con tutta la problematicità nella quale poi questo porta la nostra umanità.

Non è facile governare processi come questi. Aldo Schiavone dice che la tecnica ha dato talmente tante possibilità a ciascuno di noi, che è come se ci avesse donato una Ferrari ma fino a quel momento ciascuno di noi avesse guidato solo una bicicletta. Quindi è tutto molto ambivalente. Questo processo però produce una protesta, alimenta una protesta che ha il suo folgorante momento nel 1968 con la protesta culturale dove per la prima volta più soggetti iniziano a ragionare in questa linea: non ci sono più destini segnati. La vita di ciascuno è nelle sue mani. Uno degli slogan del 68 è “tutti uguali, ciascuno per sé”. Questo “ciascuno” ha una valenza davvero nella singolarità. Protestano le donne, protestano i giovani, protestano gli omosessuali. Tutte categorie che guadagnano una voce, hanno la possibilità di dire qualcosa, la possibilità di dire la loro. Ma non dimentichiamo che tutte le classi sociali sperimentano dei guadagni incredibili; anche gli anziani. Uno dei risultati più decisivi e influenti per comprendere il nostro tempo deriva proprio dal fatto che la medicina, la farmaceutica, il nuovo modo di costruire le case ottengono un dono mirabile, quello della longevità. E’ stato calcolato che nello scorcio del secolo scorso ciascun essere umano ha guadagnato trent’anni di vita in più. I maschi in particolare hanno guadagnato trent’anni di vita in più. Per esempio se volessimo fare un riferimento nelle donne, le nuove tecniche, per quanto riguarda il parto hanno rappresentato un grande cambiamento nella vita delle donne. Fino a cento anni fa, ottanta anni fa la prima causa di morte delle donne era proprio il parto. I maschi ottengono questa vita lunga enormemente lunga, trent’anni di vita in più. Anche qui c’è un’esplosione perché il maschio che deve fare i conti con una vita breve cerca ovviamente di essenzializzare le sue azioni, di ottimizzare il suo tempo. Non può dedicare a sé quello che in un altro momento poteva e che oggi invece ha a disposizione. Da qui anche un certo principio dell’autorevolezza, dell’autorità e cambia completamente. Non è un caso per esempio che oggi a proposito di fraternità e di assenza di prossimità ci si sposa sempre di meno. Ma è chiaro: fino a qualche decennio fa i maschi morivano a cinquantacinque anni; una delle ragioni per cui i matrimoni funzionavano è che lui moriva a cinquantacinque anni. Per cui la donna sull’altare diceva: ti prendo per tutta la mia vita, ma tu a cinquantacinque anni muori. Funzionava così. Era molto semplice. Pensate oggi a cinquant’anni mi dicono che sono troppo giovane per fare il vescovo, sono un giovanotto. E questo nello stretto arco di decenni; non parliamo di secoli passati. Ad un uomo che dicono che a cinquant’anni è ancora giovane, che ha la vita davanti, la vita la prende anche più alla leggera rispetto a mio papà o mio nonno che sapevano, come poi è più o meno capitato, che a cinquantacinque anni li attendeva sorella morte.

Cambiamenti radicali, davvero potenti che portano proprio ad un altro passo successivo che è collegato a due grandi eventi, 1989 e 2001, caduta del Muro di Berlino, crollo delle Torri Gemelle.

Crollano due simboli dei due grandi sistemi politici e istituzionali che ci avevano, in qualche modo, fino ad allora orientati, il mondo dell’est e del comunismo, il mondo occidentale del liberismo e così via. Soprattutto viene meno tutto quell’apparato istituzionale, quella fiducia nelle leggi, nella civitas. Emerge il diritto che ciascuno ha di avere diritto. Non si guarda più alla legge, agli organi costituzionali, alle carte costituzionali come delle carte che danno un senso alla vita. Oggi il compito del politico è quello di mediare tra le richieste che i vari soggetti propongono ogni volta. Lo sappiamo benissimo, oggi chi comanda in Italia sono i sindacati. E’ lì che si fa la vera battaglia perché sono quelli che in qualche misura portano avanti questa nuova mentalità. Viene meno il senso della civitas, del bene comune, ad un certo punto c’è un riflusso nel privato molto forte ovviamente anche alimentato da quella seconda ondata di boom economico che nasce con la finanziarizzazione dell’economia. Siamo negli anni ottanta, per cui nasce un nuovo modello economico che non fa i soldi facendo gli oggetti, le cose, ma facendo i soldi, lavorando sui soldi. Questo è un cambiamento molto profondo.

L’ultimo passaggio: siamo alla rivoluzione digitale. Per la rivoluzione digitale una delle date più importanti è il 1994, quando Tim Berners-Lee inventa il protocollo html che poi in qualche misura costituisce uno dei punti di partenza per le piattaforme Microsoft, per tutto quello che riguarda Apple e poi Zuckerberg con Facebook. Ad un soggetto che ha conquistato tutta una serie di punti di liberazione, punti di emancipazione, uno strumento come quello legato alla comunicazione social è una cosa meravigliosa perché lo esonera, in qualche modo, dalla necessità di contatti sociali. Si passa sul contatto social e questo produce proprio quella narcisizzazione della nostra società. Non è un caso che molti di questi strumenti iniziano con “i”, iphone, ipod, ipad. Questo “i” chiama proprio l’io e lì c’è un cambiamento profondo, è come se si desse una configurazione definitiva, un’esaltazione del proprio “io”. Non è facile abitare i social senza una profonda, radicale metamorfosi della struttura dell’umano, perché abitare facebook, instagram, twitter o altri social in cui costantemente si rimanda la propria immagine, il proprio pensiero, si celebra costantemente se stessi è una cosa complicata non facile da digerire. E’ nella linea citata. Nessuno può più dire qualcosa al posto mio, non ci sono più direttive dall’altro o da altri sulla mia esistenza. Noi siamo questo soggetto, nel bene e nel male, nella sfida che questo comporta.

Questo soggetto, come dire. dell’evangelizzazione, destinatario della parola del vangelo non ha un rapporto immediatamente facile con la fraternità. Ho insistito su questo punto perché noi cristiani rischiamo di peccare di ingenuità. Da una parte abbiamo un lessico liturgico che è sovrabbondantemente abitato dalla categoria della fraternità. Poi le nostre comunità, i nostri vescovi, chi ci comanda è abbastanza avanzato negli anni e quindi ha una memoria ancora piuttosto forte di quella comunità di bisognosi e di bisogni che produceva un bisogno di comunità e quindi sembra che dire fraternità è una cosa del tutto scontata, tutti possono capire.

Conosco molti sacerdoti più anziani o anche vescovi che per esempio provengono da famiglie dove erano sette, otto fratelli; tante suore che avevano famiglie composte da sette, otto persone; tanti catechisti anziani. Già nella mia generazione nelle famiglie c’erano due, tre figli, adesso siamo nell’epoca del figlio unico. Questa esperienza della fraternità elementare vissuta nella casa viene a mancare.

Oggi parlare di fraternità è una grande sfida, ed è una sfida necessaria non opzionale e questo lo dice papa Francesco. Sono convinto che al cuore della Evangelii Gaudium si trovi la categoria della fraternità. Papa Francesco dice chiaramente che il vero muro, ciò che più ostacola l’accoglienza della gioia del vangelo è l’individualismo triste. E il contrario dell’individualismo è la fraternità. Però papa Francesco non è ingenuo nel dire: sì, va bene, abbiamo capito che questo è il problema: gioia del vangelo, individualismo. Mettiamo dentro la fraternità e il problema è risolto. No, dice che è necessario prendere sul serio ciò che comporta la fraternità.

Evangelii Gaudium al n° 87 e al n° 93 dice: 87. Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. Se potessimo seguire questa strada, sarebbe una cosa tanto buona, tanto risanatrice, tanto liberatrice, tanto generatrice di speranza! Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene. Chiudersi in sé stessi significa assaggiare l’amaro veleno dell’immanenza, e l’umanità avrà la peggio in ogni scelta egoistica che facciamo. 93. La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale. È quello che il Signore rimproverava ai Farisei:

«E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?» (Gv 5,44). Si tratta di un modo sottile di cercare «i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo» (Fil 2,21). Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale».[71]

Una fraternità mistica, contemplativa che sa guardare alla grandezza del prossimo che sa scoprire Dio in ogni essere umano. E qui è il punto veramente delicato, che richiama la fraternità dal punto di vista del vangelo. Su questo ci saranno altre relazioni ma chiudo con una semplice battuta: se Zoja ci dice che oggi è morto il prossimo dopo che è morto Dio e quindi viviamo una crisi della fraternità che segue appunto ad una crisi della morte di Dio che ha passato il testimone, ha passato lo scettro al denaro e all’economia, allora se vogliamo che risorga la prossimità, che risorga la fraternità è necessario che risorga anche Dio.

Don Augusto Barbi nella sua bellissima lectio ha detto chiaramente che la fraternità è qualcosa che parte dallo Spirito, che parte dall’altro, dall’esperienza della preghiera. Riscoprire la fraternità, diventare tessitori di fraternità significa diventare annunciatori della paternità divina. La morte del prossimo, la morte di Dio la risurrezione della fraternità è una sorta di rigenerazione dell’annuncio della paternità di Dio nel nostro tempo.

1 L. Zoja, La morte del prossimo, Einaudi, Torino 2009, 7.

2 Zoja, La morte del prossimo, 9.