Dovremmo tutti temere il pericolo di accostarci alla Tua Parola convinti di “sapere già” cosa ci vuoi dire. È un rischio che incontriamo anche nella vita di tutti i giorni, come nel rapporto di coppia: quando ci diamo normalmente e senza accorgercene per scontati stiamo allontanandoci.
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Ben venga allora il senso di disagio che la parabola di questa domenica rinnova in chi la legge. Perché tanti di noi si trovano ancora oggi a tifare per queste giovani stolte.
Quanto sono antipatiche le cinque sagge? Quanto è imbarazzante questo sposo che tarda e non si preoccupa nemmeno di avvisare quando pensa di arrivare, con tutto il rispetto per le culture in cui la puntualità era un concetto sconosciuto. Poi – eccolo! – entra e festeggia con le “brave”.
Le poverette che arrivano trafelate non solo le lascia fuori, ma proprio le disconosce. Confessiamo che la simpatia per loro ci deriva dal fatto che c’è più semplice immedesimarci in chi è mancante piuttosto che in chi è bravissimo.
Mattiamo pure che l’assenza della scorta di olio sia una colpa, una leggerezza. Tanti santi fin dai primi secoli hanno riflettuto sul valore simbolico di questo olio e del fuoco che alimenta vedendo in particolare nel primo il dono della grazia e nel secondo l’amore che ne deriva. Un olio quindi che è dono ma che va anche custodito, coltivato per non rimanerne senza nel momento del bisogno.
Per curiosità siamo andati a rivedere la riflessione condivisa qualche anno fa dove dicevamo che ci sarebbe piaciuto che la parabola non finisse qui. Che ci piaceva di immaginare le cinque escluse che non smettevano di bussare e di gridare fino a che non le si fosse lasciate entrar. Ma Tu non racconti questo.
Noi potremmo fare anche altre ipotesi destinate all’oblio: se le cinque stolte non fossero andate a cercare l’olio e invece fossero rimaste lì? In fondo l’olio delle colleghe un po’ di luce, certamente sufficiente, lo facevano. Lo sposo le avrebbe fatte entrare con le altre? Siamo liberi di rispondere come vogliamo.
Il brano in sé racconta un sacco di cose che ad una prima lettura possono sfuggire. Il verbo al futuro che introduce la parabola ci dice che siamo di fronte ad un avviso, a qualcosa che dobbiamo conoscere, un rischio che sta davanti a noi con cui dobbiamo fare i conti.
Il ritardo dello sposo è espresso con un verbo al presente che forse fa filtrare in controluce la sofferenza delle prime comunità – e anche la nostra – di fronte alla Tua assenza. Ti vorremmo qui con noi, ed invece dobbiamo fare i conti con un’attesa che si protrae in modo indefinito.
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Invece il grido che squarcia la notte ed annuncia pubblicamente la venuta dello Sposo è al passato, è qualcosa che è già avvenuto. Colpisce che l’invito – l’ordine – di andargli incontro, aiutato dal discorso diretto, sia invece al presente, sia adesso. Drammaticamente al presente è anche la ricerca affannosa delle stolte per rimediare alla loro leggerezza.
Così come è contemporaneo a noi il loro ritorno e la richiesta di poter entrare. Allo stesso modo colpisce la risposta: “non vi ho conosciuto”. Infine è al presente l’imperativo finale che è la parola chiave di questa sezione del Vangelo di Matteo: “vegliate!”.
Nel capitolo precedente i discepoli, usciti dal Tempio ed ora con Te sul monte degli Ulivi, Ti hanno chiesto quando sarebbe venuta la fine del mondo. La Tua risposta costituisce l’ultimo dei cinque grandi discorsi con cui l’evangelista Matteo condensa i Tuoi insegnamenti, in questo caso quello sulla fine – il fine – di tutto. Tu non riveli il momento, metti in guardia verso chi lo fa e sveli alcuni segnali, alcuni criteri per riconoscere il Tuo ritorno.
Poi quasi subito inizi ad insistere sulla necessità di vegliare. Avvisi del rischio legato al fatto di non farlo. Un rischio visto nelle scelte concrete, nella saggezza, nel senso di responsabilità con cui chiedi ai discepoli di affrontare il cammino di fede. Non con le parole ma nei fatti.
Per questo la parabola di questa domenica non ci racconta di un giudizio, della volontà di escludere chi non è all’altezza. Ci avvisa perché prendiamo sul serio in modo attivo e non passivo la dimensione dell’attesa, fondamentale dell’essere discepoli.
don Claudio Bolognesi
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