Gesù sembra metterci davanti a una scelta netta: Dio o il denaro.
Ma forse il vero problema non è il denaro in sé, è quando smette di essere uno strumento nelle nostre mani e diventa lui a comandare noi.
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Gesù non ci chiede di non avere nulla. Ci chiede solo di fermarci un attimo e domandarci: che posto do a ciò che possiedo? Lo uso per vivere e per condividere, o vivo per accumulare sempre di più, cercando lì la mia sicurezza?
Pensiamo a un esempio semplice. Arriva lo stipendio. Serve per la spesa, per le bollette, per la famiglia ed è giusto così. Ma poi scopriamo che il vicino è in difficoltà, e decidiamo di dargli una mano. In quel momento gli stessi soldi cambiano volto e diventano un modo per volere bene a qualcuno.
È questo il cuore del Vangelo: avere non è un male. Il punto è per chi, e per cosa, abbiamo. Le cose che possediamo non devono chiuderci in noi stessi, possono, invece, aprirci.
Gesù ci avverte che non si possono servire due padroni insieme, Dio e la ricchezza, perché quello a cui affidiamo il cuore, prima o poi, guida ogni nostra scelta.
Allora una domanda, semplice ma vera: quello che ho: tempo, soldi, capacità, energie; mi rende più attento agli altri, o più chiuso su me stesso?
Forse oggi il Signore non ci chiede gesti eroici. Ci chiede solo di mettere quel poco (o tanto) che abbiamo al servizio di qualcuno.
Perché la vera ricchezza, alla fine, non è quanto riusciamo a mettere da parte, ma quanto riusciamo a donare. Non siamo fatti per avere di più, ma per amare di più. E anche le nostre ricchezze le mettiamo a servizio di Dio e della vita.
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