La morte non è l’ultima parola. Ma come stiamo vivendo la vita?*
Oggi la Chiesa ricorda tutti i nostri defunti. E il Vangelo ci consegna una promessa straordinaria: Dio non vuole perdere nessuno.
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Gesù lo dice chiaramente: «Non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno».
Chi ci ha preceduto non è scomparso nel nulla. In Cristo è vivo. La morte non è una cancellazione, ma una porta che si apre sulla vita eterna.
Ma c’è una provocazione che questo Vangelo ci consegna e che non possiamo eludere: siamo davvero vivi mentre siamo ancora su questa terra?
Possiamo avere un cuore che batte, respirare, lavorare, progettare, divertirci e tuttavia essere già morti dentro. Morti nella speranza, nella capacità di amare, nella misericordia, nella relazione con Dio e con gli altri.
La volontà di Dio è chiarissima: non vuole che nessuno si perda. E Gesù aggiunge una parola che dovrebbe liberarci da ogni paura: «Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori».
Chiunque, in qualsiasi condizione si trovi, può andare a Gesù. Non ci sono storie troppo sbagliate, ferite troppo profonde o esistenze troppo compromesse da essere escluse dal suo abbraccio.
E allora dov’è il problema?
Nella nostra libertà. Dio desidera salvarci, ma non ci costringe ad accoglierlo. La distanza tra il desiderio di Dio di non perderci e il rischio che noi ci perdiamo passa proprio attraverso le nostre scelte.
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Non basta aspettare la morte per pensare alla vita eterna. Bisogna imparare a vivere da risorti già adesso, per saper attraversare quella porta quando arriverà il momento.
Ricordare i defunti non significa soltanto piangere chi non c’è più. Significa anche lasciarci interrogare da chi siamo e da come stiamo vivendo.
Perché la domanda più scomoda di oggi non è: *Dove sono finiti i nostri morti?*
Ma: Noi, che siamo ancora vivi, stiamo davvero vivendo?
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
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