Capita a tutti. Un collega che per settimane ci ha salutato con un sorriso spento, un amico che aveva diradato i messaggi. Poi, mesi dopo, veniamo a sapere che proprio in quel periodo stava attraversando una malattia, un lutto, una crisi. E ci diciamo: “Come ho fatto a non accorgermene? Era lì, accanto a me”. Non eravamo cattivi, eravamo distratti. Addormentati, pur con gli occhi aperti.
È qui che ci raggiungono le parole di Gesù: “Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”. La vigilanza del Vangelo non è l’insonnia di chi teme un ladro.
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Essere vigilanti non significa stare svegli di notte, ma tenere il cuore sveglio durante il giorno. Significa riconoscere la presenza di Dio nelle nostre giornate ordinarie: nel volto stanco di chi ci sta accanto, nella parola non detta, nella piccola occasione di bene che passa e chiede di essere colta. Dio bussa piano, spesso attraverso una persona che soffre in silenzio.
E c’è una promessa sorprendente: il padrone che trova i servi svegli li farà mettere a tavola e passerà a servirli. Chi veglia non perde nulla, riceve. Chi si accorge degli altri scopre di essere lui stesso servito da Dio.
Chiediamoci allora, oggi: chi mi sta accanto e aspetta solo che io me ne accorga? Non servono cose straordinarie. Basta tenere accesa la lampada dell’attenzione. Perché ogni giorno il Signore passa, e beati noi se ci troverà svegli.
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