La necessità di custodirci da ogni avidità e cupidigia, è una questione di identità e di umanità a cui non possiamo rinunciare. Se l’essere atei è credere di potere fare a meno di Dio, l’essere avidi è un credere che possiamo fare a meno del Padre ed è un rinunciare alla nostra identità di figli.
Non il mio essere figlio del Padre è centrale nella mia esistenza, quanto invece “i miei raccolti”, “i miei magazzini”, “i miei beni”, “la mia anima”: più disumanizzante di così. Forse noi, un po’ malati di individualismo, non ne cogliamo tutta la portata di questo “mio” che fa la parte del leone, ma è innegabile che quando il “mio” fa la parte del leone le cose non ci bastano mai e ci portano ad un livello di disumanizzazione che è sotto gli occhi di tutti.
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Se la cosa più importante per la nostra esistenza è la giustizia sulla divisione della eredità, significa che il nostro livello di maturazione, di umanizzazione e di figliolanza è bloccato ad uno stadio che è importante, ma che non è certamente il più importante. Bloccati sulla giustizia significa non aperti né alla condivisione e neppure all’amore, che sono ad un livello di maturazione morale più alti. Non ci rimane che l’accumulo sapendo che nell’accumulo la giustizia risponde alla legge del più forte: chi ha di più può di più, ed essendo il pesce più grosso ha tutti i diritti di mangiare il pesce più piccolo. È la giungla disumana che ogni giorno di più rischiamo di costruirci uccidendo noi stessi con le nostre mani e perdendo il centro della nostra identità di figli e di umanità.
È il lievito dell’ipocrisia dei farisei: l’avidità! Questa è la prima maschera di tale ipocrisia perché copre la nostra verità di figli simili al Padre che ama e dona. Ci rende sempre più chiusi e lontani da Lui, rendendoci, di conseguenza, sempre più tristi perché sempre meno umani. L’avere di più è il primo tentativo maldestro di salvarci a partire dalla paura della morte: più alienazione da sé di così! Se noi infatti vogliamo fare dipendere la nostra vita da ciò che abbiamo, non ci resta che distruggere ciò che siamo. La sicurezza del “mio” che pensiamo essere sicurezza di vita, semina ovunque uova di morte che presto o tardi daranno alla luce i frutti della morte.
La vita infatti è dal Padre e la negazione dello stesso tramite la negazione del nostro essere figli per diventare figli dell’avere, non può che portare la nostra vita a dipendere dalle cose, dall’eredità, da quello che abbiamo, non più dall’amore di un Padre che dona tutto se stesso per noi. L’accumulo, in fondo, è un po’ il tradimento della nostra stessa faccia che ha bisogno della maschera per potere recitare, da ipocrita, la parte del teatrante.
Se le cose infatti sono dono di Dio, nel momento in cui diventano tue e non più frutto di dono ma di rapina, evidenziano un fatto chiaro: tu dipendi da loro e a loro sacrifichi la tua vita, il tuo tempo, la tua esistenza credendo che tutto ciò le possa garantire. Sappiamo benissimo che le cose garantiscono poco e chiedono molto, che dico: tutto!
Nel momento in cui le cose che abbiamo le consideriamo come fine e non più come mezzo, noi accettiamo l’abbraccio di tutto ciò che dà morte chiedendoti la tua vita. Dio ci dona la sua vita morendo per noi per poterci salvare donandoci vita, non chiedendocela. Se noi siamo schiavi delle cose, perché sono lo scopo della nostra esistenza, noi saremo condannati dalle nostre stesse mani a non esserne mai sazi, a non averne mai abbastanza.
Ciò significa porre come principio della propria esistenza la paura di morte che vogliamo esorcizzare non col dono ma con le cose da accumulare. Non più dunque l’amore del Padre, non più la sorgente di acqua viva che sgorga dal cuore del Cristo donato per noi, ma cisterne da noi scavate, cisterne screpolate, cisterne che non tenendo più acqua possono dare solo fango, ci dice il profeta Geremia (2, 13).
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