Il volto sulla moneta e il nome sul cuore
Farisei ed erodiani non vanno d’accordo su molte cose. Eppure oggi si mettono insieme per uno scopo preciso: mettere in difficoltà Gesù. Si avvicinano con parole gentili: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità». Sembrano complimenti, ma nascondono una trappola. Subito dopo arriva la domanda: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
La trappola è ben preparata. Se Gesù risponde di sì, rischia di perdere la fiducia del popolo, stanco delle tasse imposte dai Romani. Se risponde di no, può essere accusato di ribellione contro l’imperatore. Qualunque risposta sembra metterlo nei guai.
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Ma Gesù conosce la loro malizia e non fa un lungo discorso. Chiede una cosa semplice: «Mostratemi la moneta del tributo». Gli porgono un denaro, una moneta d’argento che a quel tempo poteva corrispondere alla paga di una giornata di lavoro. Per capirci, immaginiamo oggi una giornata di lavoro pagata circa sessanta euro.
Poi domanda: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Rispondono: «Di Cesare». Ed ecco la sua risposta: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
In queste parole troviamo due insegnamenti importanti.
Il primo riguarda i nostri doveri. Vivere insieme richiede il contributo di tutti. Pensiamo alle spese di un condominio: se qualcuno non paga la propria parte per la luce delle scale, devono provvedere gli altri. Pensiamo a una strada piena di buche che bisogna riparare o a un lampione che illumina la piazza durante la notte. Sono servizi che richiedono risorse e responsabilità.
Chi paga il biglietto dell’autobus, chi rispetta le regole della raccolta differenziata, chi paga onestamente le tasse contribuisce al bene di tutti. Essere cristiani significa anche essere cittadini onesti.
Ma Gesù non si ferma qui. Aggiunge: «e a Dio quello che è di Dio».
E allora nasce una domanda: che cosa appartiene a Dio?
La risposta è semplice. Sulla moneta è impresso il volto dell’imperatore. Su di noi, invece, è impressa l’immagine di Dio, perché la Bibbia ci insegna che siamo stati creati a sua immagine.
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Pensiamo a un bambino che va a scuola. Sulla sua borraccia viene scritto il nome, così tutti sanno a chi appartiene. Anche noi portiamo un segno che dice a chi apparteniamo. Dio ci ha creati a sua immagine e, nel Battesimo, ha impresso nella nostra anima un sigillo che nessuno può cancellare.
Noi apparteniamo a Dio.
Questo significa che il nostro valore non dipende dal conto in banca, dai risultati che otteniamo o da quello che pensa la gente. Possiamo sbagliare, cadere, scoraggiarci, ma agli occhi di Dio rimaniamo sempre preziosi.
Eppure, quante volte ce ne dimentichiamo!
Basta una lunga fila al supermercato per perdere la pazienza. Basta un messaggio senza risposta per rovinarci la giornata. Il telefono è spesso la prima cosa che guardiamo al mattino e l’ultima prima di dormire. E a Dio? Qualche volta riserviamo soltanto il tempo che avanza.
Rendere a Dio ciò che è di Dio non significa soltanto trovare qualche minuto per pregare. Significa vivere ricordando che gli apparteniamo, anche quando nessuno ci guarda.
Se alla cassa riceviamo un resto più alto del dovuto e lo restituiamo, compiamo un gesto di onestà. Se rinunciamo a vendicarci, se diciamo la verità anche quando ci costa, se rispettiamo una persona che tutti giudicano male, lasciamo spazio a Dio nella nostra vita.
La nostra fede non si vede soltanto nelle preghiere che recitiamo, ma anche nel modo in cui ci comportiamo quando nessuno ci guarda.
C’è ancora una cosa importante. Anche il vicino che ci sta antipatico, anche chi la pensa diversamente da noi, porta impressa l’immagine di Dio. Per questo ogni persona merita rispetto, sempre.
Il Vangelo di oggi ci invita allora a mettere ordine nella nostra vita. Diamo alle cose materiali il loro giusto valore, compiamo i nostri doveri, ma non dimentichiamo mai a chi apparteniamo.
Portiamo a casa una frase semplice: la moneta porta il volto di Cesare, ma noi portiamo l’immagine di Dio.
Stasera, prima di dormire, facciamo il segno della croce con calma, ricordando che siamo figli di Dio. Possiamo avere le tasche vuote o piene, vivere giorni sereni o difficili, ma c’è una ricchezza che nessuno potrà portarci via: l’amore di Dio.
E allora non dimentichiamolo mai: le monete possono passare di mano in mano, ma il nostro cuore non deve perdere Colui al quale appartiene. Perché ciò che rende davvero preziosa la nostra vita non è quello che possediamo, ma l’amore con cui la viviamo.
Amen.
Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.
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