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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 18 ottobre 2026

Tributo a Cesare o a Dio: dopo tre parabole in cui di fatto metti in discussione il concetto di “elezione”, l’idea che un “sì” detto a Dio nel passato porti ad una situazione presente in cui un popolo – e soprattutto i capi – siano a posto nei confronti Tuoi e di ogni giustizia, ora il tema di ciò che dici cambia.

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Così com’è cambiato a poco a poco il Tuo uditorio: i vecchi antagonisti escono di scena, i nuovi sono i farisei che qui inviano i loro discepoli.

Appare una categoria nuova, quella degli erodiani, di cui non sappiamo molto se non che sono i sostenitori della dinastia regnante. Come tali erano politicamente pragmatisti e vedevano nella fedeltà e nell’appoggio ad Erode – e quindi ai romani – la via per la stabilità politica e la prosperità economica.

Ti rivolgono la prima delle tre domande, fatte ciascuna da un diverso gruppo, che caratterizzano questa sezione del Vangelo di Matteo e che hanno come tema comune il Tuo rapporto con la Legge di Mosè, quindi con la fede vissuta dal popolo.

La prima domanda, quella del Vangelo di oggi, è introdotta da due frasi che riportano quelli che sembrano tre tra i più bei complimenti rivolti nei Tuoi confronti: “sei veritiero”, “insegni la via di Dio secondo verità”, “non hai soggezione di alcuno”.

Sappiamo che nascono dal progetto di prenderTi in trappola con le Tue stesse parole, nel Tuo rapporto con la Parola di Dio, con la Legge.

Tu lo sai, infatti hai chiara la loro malizia e il fatto che nasce dall’ipocrisia, dal voler essere giudicati per l’immagine che si propone ma che non corrisponde con ciò che si è.

Non sei scandalizzato, non Ti tiri indietro: il male che cerca di metterTi a tacere nasce qui da una debolezza, un’offesa che è proprio ciò che sei venuto a sanare. Anche se qui, purtroppo, chi ne soffre non ne è consapevole e non è ancora arrivato a convertirsi.

Potremmo aggiungere che “non guardi in faccia nessuno” è un complimento, ma per esempio nel Vangelo di Luca è riferito al giudice disonesto che non teme neppure Dio.

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Noi sappiamo che a Te importa delle persone, di ogni persona, che Ti importa eccome. In effetti capiamo il senso del discorso, per cui Ti dicono che Ti stimano perché non Ti lasci influenzare dall’aspetto delle persone, cosa che succede più di quanto crediamo.

A questo punto la domanda è: “è lecito pagare il tributo a Cesare, cosa ne pensi”?

Il fatto che sia una domanda-tranello è chiaro: se rispondi “sì” vuole dire che sei un venduto, un collaborazionista filo romano e chi crede nell’identità ebraica sarà Tuo nemico. Se invece la Tua risposta è “no”, diventi un pericoloso rivoluzionario e potresti essere arrestato all’istante. In ogni caso Ti sei scavato la fossa.

Non so se ve ne siate accorti, ma ci sono due raffinatezze: Ti chiedono un parere, mica un insegnamento o una parola autorevole. Poi non se “è proibito” – formula che li esporrebbe a rischi – ma se “sia lecito”, cioè se la Legge di Mosè lo permetta.

La tassa in questione è il “censo”, la quota pro capite che ogni maschio adulto doveva ogni anno versare allo stato romano personificato nell’imperatore. Di fatto era un riconoscerne l’autorità.

Bisogna poi dire che i bravi ebrei erano tenuti a versare un’altra tassa annuale al tempio e sappiamo da Mt 17, 24-27 che Tu lo hai fatto per Te stesso e per Pietro – gesto dai molteplici significati -.

La Tua risposta la conosciamo, è diventata quasi un proverbio. Dopo aver chiesto che Ti sia mostrata una moneta romana, quella destinata alla tassa e avere chiesto chi raffiguri, a quale potere faccia riferimento, pronunci le parole “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Per motivi che non conosciamo – forse per lasciare spazio alla nostra reazione – il versetto successivo che riporta la reazione di stupore da parte di chi Ti ha rivolto la domanda non è incluso nella lettura liturgica odierna.

L’arte oratoria da sempre conosce l’efficacia delle battute e delle frasi incomprensibili per zittire un avversario. Nei Promessi Sposi fra Cristoforo per far tacere un confratello se ne esce con “omnia munda mundis” (“tutto è puro per chi è puro”).

Non crediamo però che qui si possa classificare la Tua risposta come una battuta, un artificio retorico per salvarTi. Quindi ci rimane la domanda: cos’è “di Cesare” e cosa “di Dio”?

La domanda che sottende la possibilità di una risposta coerente con il Vangelo è: “cosa vuole il potere da noi, cosa vuole Dio?”

Su cosa voglia il potere la Bibbia è a più riprese perplessa perché da sempre ci siamo accorti che spesso vuole solo auto-alimentarsi. Cambiare il volto e la lingua di colui che comanda non significa migliorare le cose. D’altra parte è chiaro allo stesso modo come pace e prosperità, almeno provvisorie, dipendano da esso.

Su cosa vuoi Tu in comunione con il Padre, la risposta del Vangelo di Matteo è: “che nessuno dei piccoli si perda” (18,14), che si lavori la Tua vigna (21,31), cioè si custodisca il popolo perché sia una comunità capace di amare Te e il prossimo.

Tutto questo dev’essere fatto non a parole ma nelle opere, partendo dall’ascolto della Tua Parola e dalla comunione con Te. La volontà finale è che Tu sulla croce in comunione con il Padre ci salvi.

Nella pratica però tutto questo richiede che prendiamo sul serio questi temi. Che ci confrontiamo su di essi e non li riduciamo a duelli verbali, ad esercizi di vuota retorica. Che capire quale possa essere per noi oggi il rapporto tra fede e impegno nel mondo sia un tema centrale e condiviso della nostra vita.

don Claudio Bolognesi