Con questo brano iniziano tre dispute condotte da gruppi rappresentativi del giudaismo ufficiale, che cercano di cogliere Gesù in fallo nelle sue stesse parole su questioni sempre più importanti: il tributo a Cesare (22,15-21); la resurrezione dei morti (vv.23-33); il comandamento più grande (vv.34-40).
La cornice che Matteo costruisce è quella di un processo. Parliamo di processo perché le domande poste a Gesù non nascono impulsivamente, ma sono ben meditate.
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Prima di parlare con lui i farisei complottano, tengono consiglio. “Tenere consiglio” è un’attività del sinedrio, convocato dai sommi sacerdoti, che avviene di regola nel racconto della passione, ma Matteo, che come abbiamo visto segue lo schema del processo già da adesso, lo anticipa.
Assistiamo, quindi a un vero e proprio interrogatorio, che si svolge a Gerusalemme, nel tempio (cap.21).
Ma ancora: queste dispute, proprio perché fondate sulla parola, proprio perchè tre sono quelle a cui è chiamato Gesù, ci rimandano alle tre tentazioni nel deserto.
Il deserto a questo punto non sarà più un luogo fisico, reale, ma l’isolamento graduale in cui viene spinto Gesù dai farisei, la terra bruciata che a poco a poco faranno intorno a lui, e per finire il silenzio di Dio che Cristo sperimenterà sulla croce.
E come le tentazioni si concludono con il ritiro del diavolo tentatore, “Allora il diavolo lo lasciò” (Mt 4, 11) così il cap.22 si chiude con il ritiro dei farisei: “E nessuno poteva più rispondergli una parola, né alcuno, da quel giorno, osò più interrogarlo” (Mt 22,46 ).
Il testo si apre mostrando la preparazione di un “tranello con la parola” a Gesù.
I farisei si fanno avanti insieme con gli erodiani, che erano allineati col potere costituito, ma la domanda non è subito diretta. Lo elogiano, sottolineando due volte la sua conoscenza della verità e la sua franchezza nel dirla, sperando che l’adulazione lo faccia cadere nella trappola.
L’argomento della disputa è se sia lecito pagare il tributo a Cesare: se Gesù dice di sì, si inimica coloro che lo vedono come il Messia venuto a liberarli; se dice di no, si espone alla denuncia dei collaborazionisti. Una vera e propria trappola della parola!
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Gesù li smaschera e li definisce IPOCRITI (sarà il ritornello del cap.23 dedicato a chi si serve della verità invece di servirla) e in cui Gesù definirà i farisei sepolcri imbiancati.
La straordinaria soluzione di Gesù è il capovolgimento radicale del nodo in cui gli avversari lo stavano stringendo.
Egli compie un’azione simbolica nello stile dei profeti. Si serve di un simbolo per fare una dichiarazione conclusiva.
Il simbolo è quello della moneta, coniata con l’immagine e l’iscrizione dell’imperatore: la moneta, fa capire Gesù ai suoi interlocutori, appartiene alla sovranità di Cesare Augusto.
Gesù riconosce, quindi, una reale consistenza ed autorità al potere politico, non ne contesta la legittimità e l’autonomia.
In altre parole è giusto essere sottomessi alle autorità costituite come ricordato da Paolo in Rm 13,1-7: “Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite”; e da Pietro in 1Pt 2,13-17: “State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati”.
Gesù quindi non è un anarchico, non sobilla il popolo contro le autorità umane. Ma il cuore del brano sta nella seconda parte della risposta che chiarisce che il pagare il tributo a Cesare non è in contrasto col rendere a Dio quel che gli è dovuto, cioè adorazione e obbedienza.
Se la moneta deve essere restituita a Cesare perché porta la sua immagine, anche l’uomo deve essere restituito a Dio, perché creato a immagine di Dio: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò” ( Gn 1,27).
La signoria di Dio è al cuore della prima lettura come del vangelo:
“Io sono il Signore e non v’è alcun altro. perché sappiano dall’oriente fino all’occidente che non esiste dio fuori di me. Io sono il Signore e non v’è alcun altro”. (Is 45, 6)
L’uomo, perciò, nella sua realtà più intima e profonda è siglato dall’appartenenza a Dio.
Il potere dello stato ha limiti precisi ed invalicabili che non possono estendersi fino ad assorbire totalmente l’uomo.
E’ questo il senso della dichiarazione finale che sigilla l’azione simbolica della moneta:
“Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio!”
Così facendo Gesù denunzia tutte le tendenze spiritualiste, isolazioniste, intimiste che invitano il cristiano a rinunciare ad ogni impegno sociale. “I cristiani obbediscono alle leggi stabilite ma con il loro modo di vivere superano le leggi…” (Lettera a Diogneto).
I cristiani sono immersi in tutti gli ambiti e in ogni piega della società come cittadini nel mondo, fedeli al vangelo a servizio del regno di Dio, come lievito che fa fermentare la pasta (Mt 13,33), difendendo sempre la propria dignità di esseri umani creati a immagine di Dio
Il cristiano, obbediente alle leggi dello stato, deve tuttavia riconoscere sempre “ciò che è di Dio”.
Ed è di Dio la persona umana, perché l’uomo, non Cesare, è l’effigie, l’immagine di Dio (Gen 1,26-27), dunque è ciò che occorre rendere a Dio.
Ciò che ci è stato dato per dono deve essere restituito a Dio attraverso la somiglianza sempre più aderente a Gesù suo Figlio, che ha indicato a ogni uomo e a ogni donna il cammino di umanizzazione.
Così il potere nella polis è riconosciuto, ma non in modo assoluto, senza limiti: va obbedito fino a che non opprima, non schiacci la persona nella sua libertà, nella sua dignità, nella sua coscienza.
Annalisa – Comunità Kairòs
Per gentile confessione della Comunità Kairos.
