- Pubblicità -

don Mauro Leonardi – Commento al Vangelo del 18 ottobre 2026

La moneta di Cesare e l’ipocrisia di chi interroga Gesù

Per comprendere pienamente l’episodio evangelico in cui Gesù pronuncia le celebri parole «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21), è necessario soffermarsi su un particolare che spesso viene trascurato: il luogo in cui si svolge la scena in relazione con la moneta che Gesù chiede ai suoi interlocutori di mostrargli.

Siamo nel Tempio di Gerusalemme. I farisei, insieme agli erodiani che in genere odiavano ma con i quali in quella situazione fanno lega, hanno deciso di mettere Gesù alla prova, cercando di coglierlo in fallo nelle sue parole. Gli domandano se sia lecito pagare il tributo a Cesare. La domanda è costruita con grande astuzia, perché qualunque risposta sembra destinata a compromettere Gesù. Se afferma che bisogna pagare il tributo, rischia di apparire come un sostenitore dell’occupazione romana, suscitando l’ostilità del popolo; se invece sostiene che non bisogna pagarlo, può essere denunciato alle autorità come un sovversivo.

- Pubblicità -

Gesù comprende immediatamente le loro intenzioni e li chiama con il loro nome: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?» (Mt 22,18). È a questo punto che accade qualcosa di decisivo. Gesù non risponde subito alla domanda, ma chiede: «Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentano un denaro, sul quale sono impressi l’immagine e il nome di Cesare.

Per cogliere il significato di questo gesto bisogna ricordare che le monete romane recanti l’effigie dell’imperatore erano considerate religiosamente inaccettabili per l’uso sacro nel Tempio. L’immagine di Cesare, accompagnata da iscrizioni che gli attribuivano una dignità divina, era incompatibile con la fede monoteistica d’Israele. Per questo il tributo al Tempio veniva pagato con una moneta diversa data dai cambiavalute e accettata dalle autorità religiose. Ma è proprio qui dove emerge l’ipocrisia degli interlocutori di Gesù. Coloro che si presentano come custodi della purezza religiosa d’Israele sono gli stessi che, nel Tempio, accettano la moneta recante l’immagine di Cesare. Si tratta proprio di quella moneta che rappresenta il potere politico e religioso pagano nei confronti del quale essi pretendono di manifestare la massima intransigenza. Gesù, chiedendo di vedere la moneta, li costringe così a rivelare la propria contraddizione. Sono loro stessi a fornirgli la prova di ciò che egli ha appena denunciato chiamandoli ipocriti.

La loro osservanza religiosa, apparentemente rigorosa, non impedisce loro di convivere con ciò che vorrebbero utilizzare per accusare Gesù. Il particolare è oltremodo significativo perché rivela il vero obiettivo della domanda. I farisei e gli erodiani non desiderano conoscere la verità. Non si avvicinano a Gesù per imparare qualcosa, per sciogliere un dubbio, per comprendere meglio quale sia la volontà di Dio. Hanno già deciso che Gesù deve essere condannato e cercano soltanto un argomento che consenta loro di raggiungere questo scopo. Per questo Gesù non si limita a sottrarsi alla trappola.

La rovescia contro coloro che l’hanno preparata. Prima ancora di pronunciare la sua risposta, ha già mostrato che il problema non riguarda soltanto il tributo a Cesare, ma la sincerità di chi pretende di interrogare Dio. Quando domanda «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?» e si sente rispondere «Di Cesare», Gesù porta i suoi interlocutori a riconoscere pubblicamente ciò che essi stessi hanno davanti agli occhi. Soltanto allora pronuncia le parole che attraverseranno i secoli: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Questa risposta oltre a contenere un insegnamento fondamentale sulla distinzione tra ciò che appartiene all’autorità politica e ciò che appartiene a Dio denuncia anche l’ipocrisia di chi utilizza la religione non per cercare la verità, ma per condannare gli altri.

Il Vangelo ci mette così davanti a una tentazione che non appartiene soltanto ai farisei e agli erodiani. È la tentazione di trasformare la fede in uno strumento di potere, di servirsi della verità non per lasciarsene illuminare, ma per mettere in difficoltà qualcuno. Si può conoscere perfettamente la Legge, difenderne pubblicamente ogni dettaglio e tuttavia tradirne lo spirito più profondo. Gesù mostra che il primo requisito per incontrare la verità è desiderarla sinceramente.

Chi pone domande soltanto per tendere trappole non sta cercando risposte. Sta cercando colpevoli. E così, in quella scena nel Tempio, la moneta di Cesare diventa molto più di un oggetto utilizzato per discutere di tasse. Diventa lo strumento attraverso il quale Gesù rivela ciò che si nasconde nel cuore dei suoi interlocutori. Essi volevano mettere sotto accusa lui, ma finiscono per mettere allo scoperto se stessi.

Per gentile concessione di don Mauro Leonardi dal suo blog.