Quella di questa domenica è, ce lo dice il Vangelo, proprio una parabola.
Cioè una Tua Parola destinata prima di tutto a farci fare un salto sulla sedia, a smuovere le coscienze, a provocare una reazione esistenziale. Poi, in seconda battuta vuole insegnare, farci capire qualcosa di nuovo.
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Questa seconda cosa però separata dalla prima può diventare un guaio. Come nel nostro caso se leggessimo i versetti subito successivi e non riportati nel brano odierno. I destinatari sono ancora i capi dei sacerdoti e gli anziani che Ti hanno chiesto conto dell’autorità con cui operi, in particolare nel tempio.
La parabola di per sé è semplice. Colpisce la cura, diremmo quasi l’amore con cui questo padrone di casa, capofamiglia – è un appellativo che Ti piace, che rientra nella descrizione del regno dei cieli, in quella dello scriba che diventa discepolo ma forse indica un po’ anche Te – costruisce e dota la sua vigna di tutti gli optional, i comfort. Se volessimo fare una lettura allegorica, cosa che normalmente non ci entusiasma, su siepe, torchio e torre potremmo sbizzarrirci.
La vigna era un argomento popolare dai tempi di Noè, una delle attività belle di chi ama l’agricoltura e ciò che ne viene. Tra i tanti riferimenti nella Bibbia, nel Primo Testamento ci piace ricordare:
- il salmo 80 (Sal 80,9-16)
- soprattutto il canto d’amore – tradito – in Isaia (5,1-7) che è citato quasi alla lettera
- oppure in Geremia (2,21)
Tutti brani che i maestri in Israele conoscevano bene.
Ciò che succede è raccontato con i toni di un crescendo. Per prima cosa il padrone che “va lontano”. Poi l’invio dei servi a ritirare il raccolto.
Per due volte vengono bastonati, lapidati e uccisi e già qui… Forse però non era una cosa così strana, non era così lontano da ciò che era già accaduto. In controluce intravediamo l’invio dei profeti da parte del Padre.
Quello che non sta da nessuna parte è l’invio del figlio. Non ha senso il fatto in sé, non ne ha il ragionamento che ci sta dietro ed è incredibilmente stupido quello dei contadini che credono uccidendo l’erede di poterne prendere il posto.
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La parabola sembra, ad un primo ascolto, funzionare. Alla Tua domanda finale i capi rispondono presi dallo sdegno contro gli agricoltori che definiscono “gran disgraziati”, degni di distruzione totale, più forte del semplice “malvagi”.
A questo point tiri due conclusioni: “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. È una citazione, in particolare del salmo 118 (Sal 118, 22-23) in cui un credente perseguitato canta la misericordia di Dio che da sconfitto lo salva e lo trasforma in vincitore.
Gli ebrei lo leggevano riferito al popolo e lo pregavano entrando nel tempio. La seconda, conseguente, è che il regno di Dio sarà tolto a coloro con cui Tu parli, ai capi, e sarà dato a un popolo che “ne faccia i frutti”.
Questa oscillazione di significato tra i testi del Primo Testamento che vede la vigna come il popolo che non dà frutto perché infedele e la parabola con la sua chiusura che attribuisce la colpa ai capi, per cui i frutti ci sono ma è come che non ci siano, ci pare sia una dei temi più interessanti.
Poi certamente la figura del Figlio, l’erede ucciso per carpirne l’eredità, che è ripresa nell’immagine della pietra scartata che diventa testata d’angolo, ed è una meraviglia ci dice che quel frutto che la vigna deve sapere fare è legato a Te. Colui che è “trascinato fuori” sarà colui che è crocifisso e sepolto fuori, non più della vigna ma da Gerusalemme.
Il frutto che la vigna è chiamata a dare non è descritto. Il riferimento che viene in mente però è qualcosa che porta gioia.
Il frutto c’è, la vigna lo dà, è Dio che lo dona secondo le sue promesse. Ma non è reso disponibile per tutti. Il Tuo sacrificio è l’evento che renderà possibile la condivisione di questa gioia.
Tu sei garante del fatto che ci sia un popolo che ne faccia, ne produca i frutti.
don Claudio Bolognesi
