LA NOSTRA MALATTIA: CREDERCI DIO
C’è una malattia che ci portiamo dentro tutti. È una malattia virale e ontologica: nasce con noi, si trasmette facilmente e spesso non ci accorgiamo nemmeno di averla.
È la pretesa di sentirci Dio.
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Vogliamo essere i più importanti, i più bravi, quelli che hanno ragione, quelli che contano più degli altri. E persino i discepoli di Gesù non sono immuni: lungo la strada discutono su una domanda apparentemente innocente, ma terribilmente umana: «Chi di noi è il più grande?»
Gesù allora prende un bambino, lo mette accanto a sé e dice:
«Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
È come se dicesse: avete sbagliato completamente la direzione.
Voi state cercando di salire; io vi invito a scendere.
Voi volete diventare grandi; io vi invito a diventare piccoli.
Voi volete bastare a voi stessi; io vi ricordo che siete creature.
Il bambino diventa così il segno di una verità che facciamo fatica ad accettare: non siamo Dio.
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Siamo creature. Abbiamo bisogno. Dipendiamo da qualcuno. Non siamo autosufficienti, non siamo onnipotenti, non siamo il centro dell’universo.
Ma il Vangelo non si ferma qui. Perché subito dopo Giovanni racconta:
«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi».
Ed ecco il collegamento.
Chi vuole essere il più grande finisce inevitabilmente per stabilire chi è dentro e chi è fuori.
La ricerca della propria superiorità produce confini.
«Noi siamo quelli giusti.»
«Noi siamo quelli che seguono Gesù davvero.»
«Noi abbiamo il monopolio del bene.»
«Quello non è dei nostri.»
È la stessa malattia, solo in un’altra forma.
Prima i discepoli vogliono essere più grandi degli altri. Subito dopo vogliono essere più esclusivi degli altri.
E Gesù smonta entrambe le pretese.
Al primo orgoglio risponde con il bambino: diventa piccolo.
Al secondo risponde con lo straniero: non impedire il bene che passa attraverso un altro.
Perché se io ho bisogno di sentirmi superiore, prima o poi avrò bisogno anche di qualcuno da mettere sotto di me. E se ho bisogno di sentirmi “dei nostri”, prima o poi dovrò trovare qualcuno che “non è dei nostri”.
Da qui nasce una delle forme più pericolose della nostra presunta grandezza: il disprezzo della diversità.
L’altro diventa una minaccia semplicemente perché è altro.
E questo può arrivare fino al razzismo: se io considero la mia identità, la mia cultura, il mio popolo, la mia religione o il mio gruppo superiori, allora l’altro non è più semplicemente diverso. Diventa meno.
E ciò che considero meno, posso permettermi di disprezzarlo, emarginarlo, tenerlo fuori.
Ma Gesù dice una cosa scandalosamente semplice:
«Non lo impedite».
Non dice: deve diventare come voi.
Non dice: prima deve entrare nel vostro gruppo.
Non dice: prima deve avere il vostro stesso modo di pensare.
Dice semplicemente: non impedite il bene.
Perché il bene di Dio è più grande dei nostri recinti.
Forse è questo il filo rosso dei due episodi: per incontrare davvero Dio dobbiamo smettere di occupare il suo posto.
Quando mi credo grande, devo ridimensionare qualcun altro.
Quando mi credo indispensabile, devo escludere qualcuno.
Quando penso di possedere Dio, devo decidere chi può stare con me e chi no.
Ma quando accetto di essere una creatura, piccola davanti a Dio, non ho più bisogno di rendere piccolo nessun altro.
Il bambino ci insegna a scendere dal piedistallo.
Lo straniero ci insegna a scendere dal recinto.
E forse sono proprio queste le due conversioni che ancora oggi ci risultano più difficili:
accettare di non essere Dio e accettare che Dio non sia soltanto nostro.
Quanto è difficile, ancora oggi, capirlo.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
