ACCOGLIERE, VERBO CHE GENERA IL MONDO COME DIO LO SOGNA
Lc 9,46-50
Il Vangelo ci sorprende
con parole inusuali,
ci consegna tre nomi di Gesù
che vanno controcorrente:
ultimo, servitore, bambino,
così lontani dall’idea
di un Dio Onnipotente
e Onnisciente
quale l’abbiamo ereditata.
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Il contesto.
Gesù sta parlando
di cose assolute,
di vita e di morte,
sta raccontando
ai suoi migliori amici
che tra poco sarà ucciso,
è insieme con il gruppo
dei più fidati, ed ecco che
loro non lo ascoltano neppure,
si disinteressano
della tragedia che incombe
sul loro maestro e amico,
tutti presi soltanto
dalla loro competizione,
piccoli uomini in carriera:
chi è il più grande tra noi?
Penso alla ferita che
deve essersi aperta il lui,
alla delusione di Gesù.
C’è di che scoraggiarsi.
Tra noi, tra amici,
un’indifferenza così
sarebbe un’offesa imperdonabile.
Invece il Maestro del cuore,
ed è qualcosa che ci conforta
nelle nostre fragilità,
non rimprovera gli apostoli,
non li ripudia,
non li allontana,
e tanto meno si deprime.
Li mette invece
sotto il giudizio
di quel limpidissimo
e stravolgente pensiero:
chi vuol essere il primo
sia l’ultimo e il servo di tutti.
Il primato, l’autorità
secondo il Vangelo
discende solo dal servizio.
Prese un bambino,
lo pose in mezzo,
lo abbracciò e disse:
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chi accoglie uno
di questi bambini
accoglie me.
È il modo magistrale
di Gesù di gestire le relazioni:
non si perde in critiche
o giudizi, ma cerca
un primo passo possibile,
cerca gesti e parole
che sappiano educare ancora.
E inventa qualcosa di inedito:
un abbraccio e un bambino.
Tutto il vangelo in un abbraccio,
un gesto che profuma d’amore
e che apre un’intera rivelazione:
Dio è così.
Al centro della fede un abbraccio.
Tenero, caloroso.
Al punto da far dire
ad un grande uomo spirituale:
Dio è un bacio
(Benedetto Calati).
E papa Francesco,
a più riprese:
«Gesù è il racconto
della tenerezza di Dio»,
un Dio che mette
al centro della scena
non se stesso e i suoi diritti,
ma la carne dei piccoli,
quelli che
non ce la possono fare
da soli.
Poi Gesù va oltre,
si identifica con loro:
chi accoglie un bambino
accoglie me.
Accogliere,
verbo che genera il mondo
come Dio lo sogna.
Il nostro mondo
avrà un futuro buono
quando l’accoglienza,
tema bruciante oggi
su tutti i confini d’Europa,
sarà il nome nuovo
della civiltà;
quando accogliere
o respingere i disperati,
che sia alle frontiere o
alla porta di casa mia,
sarà considerato accogliere
o respingere Dio stesso.
Quando il servizio sarà
il nome nuovo della civiltà
(il primo si faccia servo di tutti).
Quando diremo a uno,
a uno almeno dei piccoli
e dei disperati:
ti abbraccio,
ti prendo dentro la mia vita.
Allora, stringendolo a te,
sentirai che stai stringendo
fra le tue braccia il tuo Signore.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
