Tra il dire e il fare
Da qualche domenica noto un signore che, puntualmente a Messa, non appena compio il gesto della benedizione e prima ancora che io termini la frase “Andate in pace”, si allontana velocemente verso l’uscita, mentre l’assemblea risponde “Rendiamo grazie a Dio”.

La cosa mi fa sorridere, perché sembra voglia evitare l’ingorgo delle persone all’uscita o magari ha fretta di pranzare. Ovviamente non conosco i veri motivi. Non è certo l’unico ad abbandonare rapidamente la chiesa al termine della celebrazione, quasi che quell'”Andate in pace” fosse un “liberi tutti”, come lo squillo della campanella per gli studenti a fine lezione. Eppure quel momento così breve è forse uno dei più decisivi per dare senso a tutta la celebrazione domenicale.
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Ricordo alcune discussioni tra preti e fedeli sulla “validità” della Messa presa in ritardo: a che punto la partecipazione non conta più? Certo, la celebrazione inizia con il canto d’ingresso e il segno della croce. Ma ciò che secondo me rende “autentica” la Messa (preferisco questo termine a “valida”, che sa troppo di burocrazia) non è il momento in cui si arriva, ma il modo in cui si esce e quello che accade dopo.
Nel Vangelo di questa domenica, Gesù parla ai più religiosi del suo tempo, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, nel luogo considerato più sacro, il Tempio di Gerusalemme. La parabola del padre e dei due figli è rivolta proprio a loro. La domanda finale serve a far uscire dalle loro stesse labbra la condanna per un modo di agire religiosamente ipocrita. Il padre è Dio e la vigna in cui invita a lavorare è il mondo, la storia, la comunità. Questi due figli, così diversi, sono alla pari e chiamati a compiere il medesimo lavoro. Dio chiama tutti noi a far crescere il bene nel campo della convivenza umana. Siamo tutti suoi figli e figlie, ma la vera differenza non è tra chi si professa credente e chi no, ma tra chi opera il bene e chi non fa nulla o compie il male. La differenza sta nel fare, non nel dire.
Gesù vede nei religiosi del suo tempo una profonda ipocrisia, avendo essi ridotto la fede a un’adesione formale fatta di parole, riti e segni esteriori, senza alcun riscontro nel vivere concreto e nel cuore. Una religione ridotta a formalità non solo è inutile, ma sfigura il volto di Dio.
Al contrario, Gesù incontra persone con vite disastrate, senza nulla di cui socialmente vantarsi, ma che custodiscono il profondo desiderio di fare del bene e cambiare vita. Gesù ha molti discepoli simili al primo figlio, che all’apparenza sembra svogliato e ribelle, ma dentro di sé si lascia cambiare, ci ripensa, si mette in gioco e alla fine compie la sua parte di lavoro nella vigna. L’altro salva la facciata di figlio ubbidiente, ma il suo cuore è distante dal padre e dall’impegno concreto.
Gesù è davvero severo quando dice ai capi religiosi e agli anziani, figure di riferimento per la comunità, che si trovano indietro rispetto a pubblicani e prostitute. Non è una questione di ruoli sociali, ma di concretezza nell’agire per Dio. Certamente non tutti i peccatori sono diventati suoi discepoli, né tutte le persone rispettabili erano ipocrite. Con questo insegnamento, Gesù invita però anche noi a superare i giudizi facili all’interno della Chiesa.
Ci esorta a vincere la tentazione di stabilire chi sia più cristiano, chi sia il parrocchiano migliore solo perché viene sempre a Messa. Gesù ricorda che tutti siamo chiamati a vivere il Vangelo che celebriamo, senza ridurre la fede a una parentesi di un’ora la domenica. Non basta dirsi cristiani, bisogna esserlo davvero, mettendo in pratica la fede con scelte concrete. La Messa domenicale, segno fortissimo della nostra appartenenza a Cristo, non finisce con l'”Andate in pace”. Essa continua nella vita di tutti i giorni, in famiglia, tra gli amici, sul posto di lavoro, nel dolore, nell’incontro con i poveri e nell’impegno sociale. Se non caliamo nella vita il Vangelo ascoltato e non condividiamo il pane ricevuto, allora sì che la Messa non è autentica.
Uscendo dalla chiesa, il nostro compito è far continuare la liturgia nella vita, collaborando anche con coloro che magari non partecipano all’Eucaristia, ma che a modo loro lavorano per il bene insieme a noi nella stessa vigna del Signore.
La fretta di quel signore che esce di corsa dalla messa sia allora per noi uno stimolo: non perdiamo tempo e corriamo a vivere il Vangelo ovunque ci troviamo.il volto di un Dio che comprende, perdona, non soffoca ma dona speranza. Non sette volte, ma settanta volte sette.
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Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)
