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Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 14 settembre 2026

La liturgia oggi ci porta al cuore di tutto. Non come festa della sofferenza, ma come esaltazione: la croce è il “trono” da cui Cristo regna, il luogo dove l’amore di Dio si manifesta nella sua forma più radicale.

Il Vangelo di Giovanni fa riferimento ad un episodio dell’ Antico Testamento, narrato nel libro dei Numeri: mentre il popolo d’Israele si trovava nel deserto, Dio ordinò a Mosè di innalzare un serpente di bronzo sul bastone; chi guardava a lui veniva guarito dal morso mortale delle vipere.

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Al bastone si sostituisce il legno della Croce di Gesù. È guardando a Lui crocifisso che gli uomini possono essere liberati dal “veleno” della morte e ricevere la vita eterna.

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». Non ha amato i giusti o solo quelli che lo meritavano: ha amato il mondo, con tutto il suo peso di male e di tradimento. E il fine non è la condanna: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Un Dio che entra, che scende, che si lascia inchiodare—perché non c’era altro modo per dire fino in fondo quanto ama.

Per Riflettere

La Croce è scomoda perché smonta ogni idea di Dio lontano e impassibile. E smonta anche la nostra tendenza a giudicarci troppo duramente: se Dio non è venuto per condannare, chi siamo noi per condannare noi stessi?

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FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi