Quando c’è da giudicare qualcosa, noi partiamo sempre da quello che ci sta davanti, non è un errore, siamo fatti così.
D’altra parte, le mani prendono le cose che stanno davanti a noi, e gli occhi li abbiamo per guardare quello che sta davanti e ci circonda, con l’udito ascoltiamo i rumori dell’ambiente in cui ci troviamo, ma non ascoltiamo il battito del nostro cuore. Noi siamo tutti proiettati verso l’esterno, ma non verso l’interno.
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E questo molto spesso funziona, ma non sempre, infatti dobbiamo imparare anche a guardare noi stessi, dobbiamo imparare ad ascoltare noi stessi. Altrimenti diventiamo maestri della vita degli altri quando non sappiamo nemmeno badare alla nostra vita, e così finiamo per ingannare gli altri e anche noi stessi.
È una cosa buona desiderare di aiutare gli altri e di correggerli quando stanno prendendo delle decisioni sbagliate, ma come possiamo sperare di essere veramente di aiuto agli altri se non riusciamo a capire quello che si muove dentro di noi. Per questo Gesù ci invita a riconoscere le nostre fragilità, i nostri peccati, ma non per venire schiacciati dai sensi di colpa, ma perché questa nostra fragilità, una volta riconosciuta e curata, diventa un ponte per raggiungere gli altri, e per sostenerli nelle loro debolezze.
Chi invece corregge gli altri senza aver preso conscienza dei propri peccati, finisce per diventare un giudice spietato, che invece di fare giustizia porta solo distruzione. Proviamo dunque a riconoscere i nostri punti deboli, e cerchiamo di lavorarci sopra, non per sopprimerli, ma per trasformarli in punti di forza, in strumenti di guarigione e di misericordia.
