Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 6 settembre 2026.
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Come aiutare Dio a ritrovare il suo tesoro
In modo subdolo, quasi impercettibile, come l’insinuarsi di un serpente fra le fessure di una roccia, si fa strada anche fra i cristiani la mentalità di questo mondo che valuta le persone in base al successo che ottengono, alle doti che hanno, alla ricchezza che accumulano. I geni, gli atleti, le personalità eminenti, chiunque dimostra di possedere attitudini particolari è ricercato e ammirato; i deboli, i poveri, gli incapaci, i portatori di handicap appaiono a molti – anche se difficilemente lo si ammette – quasi un bagaglio ingombrante.
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La comunità che si gloria dei suoi “eroi” e prova un’inconfessata ripulsa per i peccatori che considera zavorra, rami secchi, un “disonore” per tutta la famiglia, mostra di aver assimilato i criteri di questo mondo, non quelli di Dio che si innamora degli ultimi, di coloro che non contano. Egli ha dichiarato il suo amore al più insignificante dei popoli, Israele, così: “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,4).
Identica è la prospettiva di Gesù: al centro delle attenzioni della sua comunità ha posto “i piccoli”. Sono loro il tesoro di Dio, la perla preziosa per cui vale la pena di perlustrare ogni angolo del mondo, il gioiello che riempie di gioia incontenibile chi lo trova (Mt 13,44-46). Dicevano i rabbini: “Il Signore gioisce per la risurrezione dei giusti e per la rovina degli empi”. Il Dio di Gesù invece fa più festa per un peccatore che ritorna che per novantanove giusti (Mt 18,13).
Solo se abbiamo compreso i gusti di Dio che “ha scelto i poveri” (Gc 2,5) e volge il suo sguardo sull’umile (Is 66,2), siamo nella disposizione giusta per cogliere il messaggio delle letture di oggi.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Sperimenta la gioia di Dio chi riporta alla vita un fratello”
[…]
Vangelo (Mt 18,15-20)
15 “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16 se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17 Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18 In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
Per non fraintendere il significato di questo brano è necessario collocarlo nel suo contesto. Tutto il capitolo da cui è tolto (Mt 18) tratta dei rapporti fra i membri della comunità cristiana: chi deve essere considerato il primo, chi è grande e chi è piccolo, come evitare gli scandali, quale atteggiamento assumere di fronte a chi si allontana dalla fede, come sviluppare l’amore e favorire l’armonia fra i discepoli, quante volte accordare il perdono.
Oggi siamo invitati a riflettere sulle indicazioni che Gesù dà per ricuperare chi ha sbagliato, chi si è smarrito. Per comprenderle bisogna leggerle alla luce della frase che le introduce e che, purtroppo, non è riportata nel vangelo di oggi: “Il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (v. 14). Tutto ciò che viene raccomandato deve rispondere a quest’unico obiettivo: riportare alla vita chi ha fatto o sta facendo scelte di morte.
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Tocca al pastore, certo, ritrovare la pecorella che si è allontanata, si è ferita e rischia di precipitare in burroni sempre più profondi e oscuri, ma ogni cristiano è pastore di suo fratello, nessuno può ripetere come Caino: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gn 4,9).
La legge dell’amore obbliga ad impegnarsi per ricondurre il fratello sulla retta via; ma come procedere in una questione tanto delicata?
C’è un errore che va assolutamente evitato: spettegolare, diffondere la notizia dell’errore commesso. Questa è diffamazione, serve solo a emarginare chi ha sbagliato, a umiliarlo, a intestardirlo sempre più nel male, a farlo inutilmente soffrire. Equivale a perdere per sempre l’opportunità di recuperarlo.
C’è chi pensa che, per il fatto di aver detto la verità, si può mettere il cuore in pace. Ma la verità non è il valore assoluto, è l’amore il punto di riferimento. La verità può opporsi all’amore, può distruggere la convivenza e i buoni rapporti, invece di favorirli. La diffamazione può annientare un uomo – “Un colpo di lingua rompe le ossa” (Sir 28,17) – può uccidere un fratello, rovinare una famiglia, spezzare un rapporto di coppia. Come negare che c’è della saggezza nel detto popolare: “Meglio una bugia ben detta che una verità inopportuna”?
La verità che non produce amore, ma che provoca turbamento, che genera dissensi, odi e rancori è menzogna. Non si può raccontare tutto ciò che è vero o tutto ciò che si sa. Non si deve, soprattutto, dire la verità a coloro che se ne vogliono servire per il male. La verità che uccide è diabolica, viene dal maligno che “è stato omicida fin da principio… perché è menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44).
Vediamo di capire cosa suggerisce Gesù per “dire la verità” ad un fratello che è in pericolo di perdersi. Il cammino da seguire contempla tre tappe.
La prima: si deve parlare personalmente al fratello, da uomo a uomo, faccia a faccia; tutto deve essere risolto in segreto, per evitare che qualcuno scopra ciò che è accaduto.
Questo primo tentativo è il più delicato, anzitutto perché è impegnativo e decisamente sgradito; tutti preferiscono confidarsi con altri piuttosto che confrontarsi con l’interessato. Poi non è facile trovare le parole giuste, si può sbagliare il modo di entrare in argomento, può sfuggire un aggettivo di troppo, basta un accenno fuori posto ed è tutto finito. Se il fratello rimane ferito, si chiude definitivamente e chi magari ha agito con la migliore delle intenzioni, oltre ad aver perso un amico, si sente anche responsabile della mancata conversione.
In questa situazione può essere d’aiuto il pensiero che si trova nella seconda lettura di oggi: pensare di essere noi nella stessa situazione e tentare di immaginare cosa desidereremmo che gli altri facessero per noi.
Se questo primo tentativo non sortisce il risultato sperato, il secondo passo da fare è chiedere aiuto a uno o due fratelli sensibili e saggi della comunità. Non va mai dimenticato l’obiettivo: il ricupero del fratello. Non si deve mai dare l’impressione che lo si voglia mettere alle strette o che si trovi di fronte a qualcuno che cerca il modo per condannarlo. Deve percepire che ha a che fare con amici che vogliono il suo bene e che sono pronti a testimoniare di fronte ai fratelli la sua buona disposizione.
L’ultima tappa è il ricorso alla comunità. Questo può avvenire solo nei casi in cui il peccato commesso rischi di turbare tutti i fratelli, specialmente i più deboli nella fede. Se anche così il colpevole non si vuole emendare, allora deve essere considerato “come un pagano e come un pubblicano”.
Presa alla lettera, questa raccomandazione stona sulla bocca di Gesù che ha appena ammonito i discepoli: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli!” (v. 10). Com’è possibile che “l’amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11,19) pronunci un giudizio così duro?
Se non la si intende nel modo giusto, la frase è strana anche nel vangelo di Matteo dove si rileva spesso che la chiesa non è composta solo da santi, ma anche da peccatori. È un campo dove crescono grano e zizzania, è una rete che prende ogni tipo di pesci, è un banchetto cui sono invitati buoni e cattivi. Come si spiega che i peccatori impenitenti debbano essere scacciati dalla comunità?
Non mettiamo una frase di Gesù in contraddizione con il resto del vangelo.
Un fatto è certo: la comunità non ha il diritto di espellere uno dei suoi membri che si comporta male, solo per il fatto che lo sente come un peso, come un elemento ingombrante. Il peccatore rimane sempre un suo figlio e nessuna madre si vergogna mai di un figlio. Tuttavia non si può negare che la Chiesa ha il diritto e perfino il dovere di pronunciare parole di denuncia o di condanna; Gesù le ha conferito il potere di legare e di sciogliere e ha promesso di ratificare dal cielo le sue decisioni (v. 18).
Legare e sciogliere è un’espressione ben nota. Era usata dai rabbini per indicare la loro autorità di dichiarare lecito o proibito un certo comportamento morale e di infliggere o revocare l’esclusione dalla comunità.
È grande la responsabilità affidata alla chiesa: è chiamata a dichiarare in modo autentico quali pensieri, quali sentimenti, quali scelte sono conformi al vangelo e quali allontanano da Cristo. Non scaccia nessuno, non condanna, non punisce mai, aiuta soltanto a prendere coscienza della condizione in cui ognuno si colloca prendendo certe decisioni.
Nel compimento di questa delicata missione, la chiesa non dimenticherà mai un altro severo detto del Signore: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Lc 6,41-42). Tuttavia è suo compito dichiarare in modo inequivocabile, dopo essersi confrontata con il vangelo, ciò che colloca fuori dalla comunione con Cristo e con la comunità.
Il modo di svolgere questo servizio può e deve cambiare: dipende dalla sensibilità e dalle concezioni pedagogiche che – come sappiamo – sono soggette a evoluzione lungo i secoli. Ci fu un tempo in cui si procedeva in modo piuttosto rigoroso: chi commetteva mancanze morali gravi veniva allontanato dalla comunità (1 Cor 5); si temeva che, ignorando o passando sotto silenzio un comportamento scandaloso, pubblico e a volte persino ostentato, si rischiasse di disorientare i membri più deboli. Così pure, se qualcuno falsificava il vangelo, era pubblicamente ripreso: “L’eretico, dopo una o due ammonizioni, espellilo” (Tt 3,10). La comunità non può certo tollerare che qualcuno, in nome di Cristo, predichi dottrine insane.
Oggi queste forme di scomunica non vengono più praticate. Le scelte pastorali sono diverse, ma l’obiettivo rimane lo stesso: illuminare il fratello, aiutarlo a rendersi conto della sua condizione e indurlo ad emendarsi. “Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera prendete nota di lui – raccomandava Paolo – e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.” (2 Ts 3,14-15). Per ottenere questo risultato deve risultare chiaro che le misure prese nei suoi confronti sono dettate soltanto dall’amore, non dalla volontà di “separarlo” da una comunità che si ritiene perfetta. Se si riesce a fargli prendere coscienza del fatto che non è più in piena comunione con i fratelli di fede, si può suscitare in lui una salutare nostalgia della casa del Padre e possono affiorare in lui il desiderio e il bisogno di ritornare.
I versetti conclusivi (vv. l9-20) sono un ultimo richiamo al valore attribuito da Gesù allo “stare insieme” e alla ricerca dell’accordo fra i membri della comunità. La concordia, l’unità di intenti si manifestano nella presa di coscienza della presenza del Risorto in mezzo a loro e nella preghiera che con lui essi rivolgono al Padre. Solo chi è entrato in sintonia di pensieri e di sentimenti con Dio e con i fratelli può sentirsi sicuro di interpretare il pensiero del Signore quando “lega” e quando “scioglie”.
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
