Il brano evangelico di domenica scorsa, dopo la professione di fede di Pietro e le parole di Gesù circa il ministero di Pietro, la roccia fondata su Cristo, si era concluso con una raccomandazione del Maestro: non rivelare ad alcuno la sua identità.
Ma se la professione di fede di Pietro era stata così alta e ispirata, perché Gesù gli chiede ora di tacere? Il Vangelo di oggi ci aiuta a comprendere il senso di questa richiesta.
- Pubblicità -
Ci dice che Gesù «cominciò a spiegare»: è un processo graduale quello della formazione della coscienza dei suoi discepoli. Non può sovraccaricarli subito, ma deve, passo dopo passo, introdurli nella sua mentalità.
La sua identità messianica, infatti, non avrà nulla di trionfalistico: sarà segnata dalla sofferenza, dal rifiuto e infine dalla morte. Non è possibile separare la missione del Figlio del Dio vivente dalla sua Pasqua.
Per comprendere questa verità così impegnativa, per lasciarla penetrare nel cuore dei discepoli e nel nostro cuore, ci vuole tempo e pazienza.
E Pietro, il grande confessore della fede, solo pochi istanti dopo, al primo accenno di Gesù alla sofferenza, va in crisi. Prende il Signore in disparte e comincia quasi a dargli delle lezioni.
Non può accettare che il Figlio del Dio vivente debba soffrire e, soprattutto, che il Salvatore possa andare incontro a una fine ignominiosa.
Pietro ha in mente un altro Messia: un Messia vittorioso, potente, glorioso. Ma la reazione di Gesù è durissima: colui che pochi istanti prima era stato proclamato «beato», ora viene chiamato «satana».
Dal servire la verità di Dio, Pietro è passato a mettersi contro il disegno di Dio. È interessante il motivo del rimprovero: “Tu mi sei di scandalo”.
Pietro si è messo davanti a Gesù, quasi volesse indicargli la strada da percorrere. Ed è proprio questa una delle tentazioni più profonde: voler dire a Dio come deve comportarsi, pensare di saperne più di Lui, ritenere che il nostro modo di vedere le cose sia più vero dei suoi disegni.
- Pubblicità -
Quante volte anche nella nostra vita facciamo così! Quando non accettiamo una situazione, quando ci ribelliamo davanti a qualcosa che non comprendiamo, quando pensiamo che Dio si stia sbagliando, rischiamo di metterci davanti a Lui invece di seguirlo.
E così creiamo uno skandalon, un ostacolo sul cammino, nostro e talvolta anche di altri.
Dopo questo duro rimprovero a Pietro, Gesù continua la sua catechesi e si rivolge non soltanto ai Dodici, ma ai discepoli di ogni tempo, quindi anche a noi: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Non c’è possibilità di seguire Cristo cercando contemporaneamente di affermare noi stessi a ogni costo. Un Cristo senza Croce non è il Cristo del Vangelo.
Possiamo certamente ammirare Gesù come uomo, come maestro, come esempio di amore e di fraternità; ma quando il Vangelo ci presenta la sua identità divina e ci parla delle esigenze della Croce, allora siamo chiamati a fare una scelta.
La logica del Vangelo è paradossale: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà“.
Perdere la vita non significa disprezzarla, ma consegnarla; significa smettere di vivere ripiegati su noi stessi e imparare a vivere seguendo Cristo.
Possiamo guadagnare tutto l’oro del mondo, raggiungere il successo, il potere, la popolarità; possiamo ottenere ciò che apparentemente tutti desiderano, ma “quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?“.
Che cosa potremo dare in cambio della nostra vita eterna? Il vero guadagno, allora, non è avere sempre di più, essere sempre più importanti o riconosciuti.
Il vero guadagno è stare con il Signore, seguirlo, diventare suoi discepoli. La Croce non è la fine della strada: è la via attraverso la quale Cristo ci conduce alla vita.
Pietro dovrà imparare lentamente questa lezione. E anche noi siamo chiamati a impararla ogni giorno: non chiedere a Dio di seguire i nostri progetti, ma avere l’umiltà di entrare nel suo progetto; non pretendere un Cristo secondo le nostre aspettative, ma accogliere il Cristo del Vangelo, il Cristo della Croce e della Risurrezione.
Chiediamo allora al Signore la grazia di non essere come Pietro quando si mette davanti a Gesù, ma di essere Pietro quando, finalmente, impara a seguirlo.
E che anche noi possiamo comprendere che la vera vita non consiste nel salvare noi stessi, ma nel consegnare la nostra vita a Cristo. Perché solo chi la dona per amore, nelle mani del Signore, alla fine la ritrova.a, di professare con umiltà la nostra fede e di rimanere fedeli a colui che è davvero il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.
