Nel nostro modo di pensare siamo abituati a misurare tutto: quanto ho fatto, quanto ho dato, quanto ho sopportato, quanto mi spetta. Anche nella vita spirituale, senza accorgercene, possiamo entrare in questa logica: io prego, io servo, io mi impegno, allora Dio deve riconoscermi qualcosa in più.
Il Vangelo degli operai chiamati nella vigna rovescia questo paradigma dall’interno. Non dice che l’impegno non conta. Dice qualcosa di molto più profondo: davanti a Dio non siamo prima di tutto salariati, ma figli amati. Gli operai della prima ora ricevono ciò che era stato promesso. Il problema nasce quando vedono la generosità del padrone verso gli ultimi.
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Allora il bene dell’altro diventa una ferita. La generosità di Do verso gli altri sembra togliere valore alla propria fatica. E qui Gesù ci libera dalla prigione del confronto. Il Regno di Dio non funziona come una classifica. Non vince chi arriva prima. Dio dà con larghezza, perché il suo cuore è più grande dei nostri calcoli.
Questo è il rovesciamento: noi pensiamo che la giustizia sia dare a ciascuno secondo il merito; Gesù ci mostra che la giustizia di Dio è dare a ciascuno secondo il bisogno di essere salvato, rialzato, amato. Questa parabola diventa allora una grande consolazione per chi si sente arrivato tardi, per chi pensa di aver perso tempo, per chi guarda la propria vita e dice: “Ormai non posso più cambiare”.
No. Dio chiama ancora. Anche all’ultima ora. Anche quando sembra tardi. E diventa una liberazione anche per chi serve da tanto tempo. Perché non dobbiamo vivere l’amore come un peso. Stare nella vigna fin dall’inizio è già una grazia. Smettiamo allora di misurarci e di misurare gli altri. Lasciamo che Dio sia buono anche con chi arriva dopo di noi.
Il Vangelo non dice: “Devi meritarti l’amore di Dio”. Ci dice: “Entra nella sua vigna. C’è posto anche per te. E qualunque sia la tua ora, il suo amore può ancora riempire la tua vita”.
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