Questo brano del Vangelo di Matteo va letto alla luce dell’episodio immediatamente precedente, quello del giovane ricco. Gesù non sta semplicemente facendo una riflessione sul denaro, ma sta mettendo in luce un problema molto più profondo: il rischio che qualcosa prenda nel cuore dell’uomo il posto che spetta a Dio.
«Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli». La ricchezza, in sé, non è presentata come una colpa. Il problema nasce quando ciò che possediamo diventa ciò da cui dipendiamo, ciò che ci dà sicurezza, identità, valore e senso. Il ricco rischia di non avere più bisogno di ricevere, perché pensa di poter contare su ciò che possiede. Il Regno di Dio, invece, può essere accolto soltanto da chi sa di essere povero davanti a Dio, da chi riconosce che la propria vita è un dono e non qualcosa che può completamente controllare.
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Per questo i discepoli rimangono sconvolti e chiedono: «Chi si potrà dunque salvare?». La risposta di Gesù è fondamentale: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Gesù non sta proponendo una nuova prestazione religiosa: non ci salviamo perché riusciamo a liberarci perfettamente da ogni attaccamento. La libertà autentica è anzitutto una grazia. È Dio che rende possibile ciò che, con le sole nostre forze, sembra impossibile.
E qui possiamo comprendere anche il significato di quel «lasciare tutto» di cui parla Pietro. Lasciare non significa necessariamente soltanto vendere le proprie cose, rinunciare ai beni, cambiare casa o privarsi materialmente di qualcosa. Tutto questo può essere importante in determinate vocazioni, ma non esaurisce il significato evangelico del distacco.
Si può lasciare materialmente qualcosa e continuare a possederla interiormente. Si può non avere molto denaro e, nello stesso tempo, essere profondamente attaccati al proprio modo di pensare, alla propria immagine, al proprio ruolo, al bisogno di essere riconosciuti, alla necessità di avere sempre ragione.
E si può persino «lasciare tutto» materialmente, ma continuare a voler controllare le persone che si amano.
Per questo Gesù parla non soltanto di case e campi, ma anche di «fratelli, sorelle, padre, madre, figli». Non perché l’amore familiare sia qualcosa di negativo. Al contrario, il Vangelo non può chiedere di amare meno. Il problema nasce quando anche l’affetto diventa possesso.
Posso amare una persona e avere bisogno che sia come voglio io. Posso volerle bene e pretendere che mi restituisca ciò che le do. Posso essere generoso e, nello stesso tempo, aspettarmi riconoscenza. Posso aiutare qualcuno e poi sentirmi autorizzato a decidere della sua vita.
Il distacco evangelico diventa allora anche affettivo. Non significa diventare freddi, distaccati o incapaci di coinvolgimento. Significa imparare ad amare senza possedere.
Amare una persona significa anche riconoscere che quella persona non è mia. È un dono affidato alla mia cura, non una proprietà da custodire. A volte amare significa stare accanto; altre volte significa lasciare spazio. A volte significa offrire la propria presenza; altre volte significa accettare che l’altro faccia una scelta diversa dalla nostra.
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La vera libertà affettiva consiste nel poter dire: «Ti voglio bene, ma non ho bisogno di possederti».
Ed è forse una delle forme più profonde della povertà evangelica.
La povertà, infatti, non è semplicemente il contrario della ricchezza materiale. Non basta avere poco per essere poveri secondo il Vangelo. Si può avere poco ed essere avari. Si può vivere con pochissime cose ed essere gelosi di ciò che si possiede. Si può fare della propria povertà un motivo di superiorità e guardare con disprezzo chi possiede qualcosa in più.
Si può persino diventare «finti poveri», utilizzando la povertà come immagine religiosa, mentre interiormente si rimane attaccati al possesso, al controllo, al riconoscimento e al proprio prestigio.
Questa non sarebbe più povertà evangelica. Sarebbe semplicemente un’altra forma di possesso. Anche la povertà può diventare un idolo.
La povertà evangelica, invece, è libertà. Non dice semplicemente: «Non voglio avere nulla». Dice: «Quello che ho non è il mio assoluto». Non dice: «Non voglio amare nessuno». Dice: «Voglio amare senza possedere».
Per questo il problema non è tanto quanto abbiamo, ma quanto ciò che abbiamo è diventato padrone di noi. Non è soltanto importante chiederci: «Che cosa possiedo?». Dovremmo chiederci: «Che cosa mi possiede?».
E questo vale per i beni materiali, ma anche per le relazioni, per le idee, per le aspettative, per il ruolo che ricopriamo, per l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Ci sono persone che non possiedono quasi nulla materialmente, ma hanno bisogno di controllare tutto. Ci sono persone molto generose con il denaro, ma incapaci di accettare un rifiuto. Ci sono persone che fanno grandi sacrifici per gli altri, ma soffrono terribilmente quando non vengono riconosciute. Ci sono persone che hanno lasciato molte cose per seguire il Signore, ma fanno ancora fatica a lasciare il proprio bisogno di essere indispensabili.
Anche questo è attaccamento.
Per questo il Vangelo ci conduce verso una povertà molto più profonda: la povertà del cuore. Il povero evangelico è colui che non ha bisogno di trattenere tutto per sentirsi al sicuro. È colui che può ricevere senza sentirsi proprietario, donare senza pretendere un ritorno, amare senza possedere e servire senza avere bisogno di essere applaudito.
Può perdere qualcosa senza perdere se stesso. Può lasciare andare senza vivere ogni distacco come una sconfitta.
E qui si comprende anche la promessa di Gesù: «Riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Il «cento volte tanto» non significa che chi lascia una casa riceverà cento case. Gesù parla di una vita trasformata dalla logica del Regno.
Quando smetto di possedere le persone, posso finalmente incontrarle. Quando smetto di usare i beni per garantirmi sicurezza, posso finalmente condividerli. Quando non ho più bisogno di essere riconosciuto, posso finalmente servire. Quando non devo più difendere continuamente la mia immagine, posso finalmente essere libero.
E allora diventa comprensibile anche l’ultima frase: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi». Il mondo considera grande chi possiede molto, chi conta, chi controlla, chi riesce ad affermarsi. Gesù propone un’altra misura della grandezza.
È grande chi sa ricevere. È grande chi sa donare. È grande chi sa servire. È grande chi sa amare senza appropriarsi dell’altro.
In fondo, Gesù non ci chiede semplicemente di impoverire la nostra vita. Ci chiede di liberarla. Non ci chiede di amare meno, ma di amare in modo più vero. Non ci chiede necessariamente di avere meno cose, ma di essere meno posseduti dalle cose.
E forse la domanda più profonda che questo Vangelo ci lascia è proprio questa: sono io a possedere le cose, o sono le cose che possiedono me? Amo le persone, o ho bisogno di possederle? La mia povertà nasce dalla libertà, oppure dalla paura, dall’avarizia o dal bisogno di apparire diverso dagli altri?
Alla fine, il vero «lasciare tutto» non consiste semplicemente nel vuotare le mani. Consiste soprattutto nel liberare il cuore da ciò che vuole trattenere tutto.
Perché il discepolo povero non è colui che non ha niente. È colui che, davanti a Dio, può dire: «Tutto quello che ho è un dono. Tutto quello che amo è un dono. E proprio perché è un dono, non voglio trasformarlo in un possesso».
CHI E’ ANGELO SABATINO
Docente di religione
Educatore professionale socio-pedagogico.
Counselor e Coach
Accompagnamento umano e spirituale
Membro dell’Associazione Laicale di promozione umana e cristiana “Seguimi” – Roma.
Sito: https://angelosab82.wixsite.com/website
Sito associazione: www.grupposeguimi.org
