A volte anche la nostra fede può assomigliare alla domanda di quel giovane: “Che cosa mi manca ancora?”.
È una domanda bella, perché nasce dal desiderio di crescere. Ma è anche una domanda pericolosa, perché può nascondere l’idea che la vita spirituale sia una lista di cose da fare: prego, rispetto i comandamenti, faccio il bene, evito il male… e allora dovrei essere a posto.
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Il giovane del Vangelo non è una persona cattiva. Anzi, sembra una persona seria, pulita, religiosa. Però sente che qualcosa manca. Ha tutto, ma non è libero. Osserva i comandamenti, ma il suo cuore è ancora legato. Vuole la vita eterna, ma non riesce a lasciare ciò che gli dà sicurezza.E questo può succedere anche a noi. Possiamo fare tante cose buone e, nello stesso tempo, restar
e aggrappati a qualcosa che ci impedisce di seguire Gesù davvero: una paura, un’abitudine, un attaccamento, il bisogno di controllo, il desiderio di essere approvati, la sicurezza del denaro, dell’immagine, delle nostre idee.
La svolta arriva quando Gesù dice “vieni e seguimi”, e capiamo non ci sta impoverendo: ci sta liberando.
Il giovane se ne va triste perché non riesce a fidarsi. E questa tristezza ci parla: ogni volta che preferiamo le nostre sicurezze alla libertà di Gesù, qualcosa dentro di noi si spegne.
Oggi possiamo chiedere questa grazia: Signore, mostrami ciò che mi tiene legato, ma soprattutto fammi sentire che seguirti non è una perdita. È la strada per diventare libero, leggero e vivo.
