- Pubblicità -

don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 15 agosto 2026

Una madre ci aspetta

​Oggi celebriamo una grande festa per la nostra fede. Nel 1950, Papa Pio XII ha proclamato il dogma dell’Assunzione, dichiarando solennemente che Maria, alla fine della sua vita, è stata portata in cielo non solo con l’anima, ma anche con il suo corpo. Ma cosa significa questo per noi, per la nostra vita di tutti i giorni? Significa che Dio non ci chiede di guardare il cielo per farci dimenticare la terra. Al contrario, ci sta dicendo che il nostro corpo è prezioso. Le mani segnate e indurite dal lavoro, i volti solcati dalle rughe dell’età, gli occhi che hanno pianto per un lutto: nulla di tutto questo andrà sprecato. Il nostro corpo non è un vestito vecchio da buttare via, ma un capolavoro amato da Dio. In Maria Assunta, il Signore ci assicura che le nostre fatiche quotidiane non finiscono nel vuoto, ma sono il cammino verso la gloria del Paradiso.

​Eppure, per raggiungere il cielo, la via tracciata dal Vangelo passa per le strade polverose di questo mondo. San Luca ci dice: «In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda». Maria ha appena ricevuto l’annuncio dell’Angelo. Porta nel grembo il Figlio di Dio. Potrebbe restare ferma, chiusa nel suo privilegio straordinario, e invece si alza e parte.

- Pubblicità -

​Questa è la vera fede: una forza che ci mette in cammino. Quando il Vangelo ci dice che Maria «si alzò e andò in fretta», non sta parlando di quella fretta ansiosa e nervosa che conosciamo bene, quella di chi corre tutto il giorno guardando sempre l’orologio o lo schermo del cellulare. Quello è solo lo stress della vita. La fretta di Maria è molto diversa: è l’urgenza dell’amore. È quello slancio del cuore che ci fa scattare in piedi, facendoci dimenticare all’improvviso tutta la nostra stanchezza. Nella nostra vita quotidiana, anche noi compiamo questo stesso gesto tante volte, in modo silenzioso. Lo facciamo ogni volta che, pur sentendo il peso della fatica, cambiamo tutti i nostri programmi per accudire i genitori anziani o ammalati, preparando loro il pasto con cura e stando al loro fianco con affetto. Lo fa una madre o un padre quando, nel cuore della notte, sente il pianto del proprio bambino e scende subito dal letto per prenderlo in braccio e tranquillizzarlo. In tutti questi gesti umili non c’è l’obbligo di un freddo dovere, ma c’è l’amore puro, quell’amore che non sa aspettare. E quando viviamo così, i nostri passi hanno la stessa luce e la stessa fretta santa dei passi di Maria verso la casa di Elisabetta.

​Maria entra nella casa di Zaccarìa e il Vangelo ci dona un’immagine di straordinaria tenerezza. Elisabetta ascolta la voce della giovane parente e dichiara: «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo». I bambini piccoli, ancor prima di comprendere le parole, percepiscono l’amore, la pace e la presenza di Dio. Giovanni Battista riconosce la grazia prima ancora di nascere. Elisabetta, colma di Spirito Santo, pronuncia parole che da duemila anni ripetiamo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Ma aggiunge una verità essenziale: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». La grandezza di Maria non risiede nel potere, ma nell’essersi fidata di Dio anche quando il futuro era oscuro.

​Maria risponde con il Magnificat. È il canto di chi riconosce che Dio «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote». Noi viviamo in un mondo in cui sembra vincere chi urla più forte, chi calpesta il prossimo per emergere, chi accumula ricchezze. Maria ci ricorda che Dio ragiona in modo opposto. Agli occhi di Dio, il gesto nascosto di chi perdona un torto o di chi aiuta in silenzio vale molto di più dei troni dei potenti.

​Certo, questo cammino di umiltà e di fede subisce costantemente gli attacchi del male. Il libro dell’Apocalisse ce lo mostra con un’immagine grandiosa: un enorme drago rosso che si pone davanti alla donna vestita di sole, pronto a divorare la vita. Quel drago assume molte forme nella nostra esistenza. È il drago della malattia improvvisa, il drago del rancore che distrugge le famiglie, il drago della disperazione economica, il drago della paura di non farcela. Sembra invincibile. Ma la donna fugge nel deserto, dove Dio le prepara un rifugio. Il male può fare molto rumore, ma non ha l’ultima parola.

​Ecco perché l’Assunzione è la festa della speranza assoluta. Forse non vi è momento più doloroso di quando accompagniamo al cimitero una persona amata. Quando vediamo una tomba chiudersi, l’angoscia del drago ci sussurra che tutto è finito. Ma guardando Maria Assunta in cielo, noi sappiamo che quella tomba è solo un luogo di attesa. La morte è stata sconfitta.

Chiediamo oggi alla Beata Vergine di aiutarci a vivere le nostre giornate in modo semplice e vero. Lei, che è stata assunta nella gloria di Dio in anima e corpo, ci insegna che nessun atto di bontà andrà mai perduto. Preghiamola affinché le nostre mani si aprano per condividere ciò che abbiamo con chi è nel bisogno, i nostri piedi siano svelti per andare a bussare alla porta di chi vive nella malattia o nella solitudine, e i nostri occhi sappiano guardare il prossimo con rispetto e senza giudicare. Perché è proprio amando nelle piccole cose di ogni giorno che costruiamo la strada verso il Paradiso, dove lei, Madre premurosa, ci aspetta per sempre. Amen!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

Chi è Don Lucio D’Abbraccio?

Don Lucio D’Abbraccio

Di don Lucio, puoi acquistare:

- Pubblicità -