Esiste un Io al di là dell’ego. Un essere profondo che non coincide con l’identità che ci siamo costruiti e con la quale, ogni giorno, ci presentiamo al mondo.
Noi siamo altro rispetto a ciò che facciamo e a ciò che possediamo. Siamo il Sé autentico, la presenza silenziosa – il Testimone – che osserva il nostro agire, i nostri pensieri, ciò che acquistiamo e ciò che perdiamo. Il Vangelo chiama questa realtà “regno di Dio”, “tesoro nascosto”, “perla di grande valore”. L’India lo definisce aham, l’Io, il me stesso.
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Eppure, per ignoranza e superficialità, cadiamo in un grande inganno: confondiamo la nostra identità con la nostra essenza. Crediamo di essere il nostro corpo, i nostri pensieri, le nostre passioni, i sentimenti che ci attraversano, la storia che raccontiamo su noi stessi.
Ma io non sono soltanto tutto questo.
Io-sono-la-Vita che si serve del corpo, della mente, dei sentimenti e delle passioni come strumenti per manifestarsi. E quando tutto ciò, per un motivo o per l’altro, comincerà a sfumare, ciò che rimarrà sarà semplicemente la Vita che sono. La mia essenza più vera.
L’Acqua dell’acqua, il Cuore del cuore, per dirla con un’altra tradizione.
È proprio verso questo nucleo incandescente – l’unica cosa che conta veramente – che Gesù invita a rivolgere lo sguardo, dedicandogli tempo, energia e attenzione.
Occorre “vendere tutti i propri averi” per poter godere del “tesoro nascosto”. Fuori di metafora, significa liberarsi dalle illusioni dell’ego; svegliarsi dal sonno che ci porta ad attribuire valore assoluto a ciò che, invece, è segnato dall’impermanenza. Significa sciogliere gli attaccamenti a quel “vapore” che ora appare e, un istante dopo, non è più.
Il tesoro, dice il Vangelo, è nascosto sotto terra. Non è esposto, non fa rumore, non reclama attenzione. È custodito nell’oscurità e nel silenzio. Per scoprirlo occorre dunque compiere un viaggio verso l’interiorità, discendere nelle profondità di sé.
«Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità», ricorda Agostino, e più tardi Meister Eckhart: «Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel suo fondo proprio, in ciò che esso ha di più intimo. In effetti nessuno può conoscere Dio, se prima non conosce sé stesso».
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Interessante: prima occorre vendere e poi si compra, ci ricorda il vangelo. Prima il distacco, poi il ritrovamento. Prima la perdita, poi la pienezza. Prima il dissolversi dell’io, poi il manifestarsi della Vita.
Insomma, non si acquista la Vita: la si scopre quando si smette di trattenerla, o se vogliamo non si dà Vita senza averla prima donata, senza aver vinto l’ossessione del “mio” e dell’“io”. E quando di questo tesoro si sarà fatta esperienza, allora si conoscerà finalmente la beatitudine: non la felicità effimera che dipende dalle circostanze, ma quella pace profonda che nasce quando non vi è più nulla da difendere, nulla da possedere, nulla da dimostrare.
«Che ci si sciolga dalla vanità dell’ego, questa è la suprema beatitudine» (dal Canone Buddhista).
Per gentile concessione di don Paolo Scquizzato.
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