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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 26 luglio 2026

Il Regno dei Cieli parla di Te, del nostro incontro, di cosa succede quando la Tua casa – i cieli – diventano la nostra casa.

Il Vangelo ci parla sempre prima di tutto di Te. Sembra scontato ma non lo è.

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Troppo spesso ne facciamo una lettura moralistica, come in tante omelie in cui salta fuori che il centro siamo noi. Di conseguenza la preoccupazione diventa fare l’elenco di quello che noi dobbiamo – oppure non possiamo – fare.

Le tre parabole, più una, di questa domenica fanno parte della Tua risposta alla domanda dei discepoli di spiegare loro quella del grano e della zizzania. Tu non le definisci “parabole” ma usi ancora il termine “simile”, per cui tanti studiosi preferiscono definirle “similitudini”.

Non hanno lo scopo di colpirci, di provocare la fede. Vogliono essere principalmente un aiuto a capire.

La prima ci racconta che l’incontro con il regno è un gran colpo di fortuna. La probabilità che una persona trovi un tesoro in un campo che non è suo è bassissima. È un sogno. Non come vincere al superenalotto semplicemente. Ma vincerlo con una schedina trovata per caso.

Questa scoperta genera due conseguenze che sono le medesime della similitudine successiva che nasce invece da una ricerca meticolosa da parte di un mercante che finalmente trova la perla preziosa.

La prima conseguenza di questi ritrovamenti è che mettono in movimento. La seconda è: entrambi chiedono che quel campo e quella perla vengano comperati a costo di vendere tutto ciò che si ha.

La necessità di andare ci pone innanzi alla dinamicità di questa scoperta. È qualcosa che non possediamo ancora, sappiamo che c’è ma non è nelle nostre tasche, siamo solo all’inizio.

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Il fatto che ci sia da vendere tutto ciò che si ha per acquistarli può essere letto in due direzioni. Per qualcuno, alla luce del brano del giovane ricco, è l’invito a ricordare che per essere discepoli bisogna “vendere tutto”.

Confessiamo la nostra perplessità riguardo a questa lettura. Ci pare che qui il riferimento serva a ricordare che il regno dei cieli vale infinitamente di più di qualsiasi cosa abbiamo.

Ci fermeremmo lì, altrimenti potremmo poi voler dire anche che è solo nostro, un possesso esclusivo personale o ecclesiale. Ma anche per il ricco che vuole essere perfetto l’invito a vendere tutto forse è un’indicazione più complessa di ciò che forse solo sant’Antonio e san Francesco sono riusciti o almeno hanno provato a fare – scoprendo poi piano piano che gli “averi” sono ben altro che i denari -.

La terza similitudine ci racconta di pescatori che una volta tirata a riva una rete a strascico siedono e selezionano il pescato buono dal cattivo. È una ripresa della parabola del grano e della zizzania.

Fedeli però all’idea che spesso le sorprese ci vengono dalle sfumature ci colpisce il gesto dei pescatori – poi Tu dirai che rimandano agli angeli – che “siedono” a riva, mettono nei vasi i pesci buoni e buttano i cattivi. Fa un po’ sorridere, viene da pensare ad una scena a cui Tu avrai assistito chissà quante volte.

Però quel sedersi ricorda quello solenne dell’inizio del discorso della montagna, o quello glorioso che descrive il Tuo ritorno. I cesti, i vasi, in cui i pesci vengono conservati ci dicono che devono rimanere insieme se vogliono conservarsi “buoni”.

Non vuoi che il regno dei cieli sia pensato come un qualcosa di individuale. Sappiamo che quei pesci buoni come quelli cattivi, così come è per il grano e la zizzania fanno parte di ciascuno di noi.

Nella chiesa, rappresentazione visibile di un regno che in realtà è invisibile esiste sia il bene che il male. Non ci sono però i buoni e i cattivi.

C’è chi pur avendo trovato il tesoro a volte si perde, si arrende alla zizzania. Il fatto che quando il mondo troverà il suo completamento, non tanto la sua “fine”, quanto “il suo fine”, la zizzania così come i pesci cattivi non esisteranno più, lasciate stare l’immagine del fuoco.

È tutta una promessa di bene, di gioia. Potremo sospirando di sollievo dire insieme: “finalmente!”. Perché siamo noi che saremo liberati dal male.

Nel brano di oggi rimangono due passaggi. La Tua domanda ai discepoli, se hanno compreso.

Da una parte il loro “sì” ci conforta, ci dice che la Tua Parola ha raggiunto il loro cuore e quindi speriamo che possa raggiungere anche il nostro. Quel seme della parabola da cui siamo partiti sta dando frutto per il cento, il sessanta o il trenta.

Dall’altra temiamo che non sia così vero, così facile. O, perlomeno, che sia vero nella misura in cui verrà rinnovato e approfondito ogni giorno, ogni volta che veniamo davanti a Te.

Segue un’ultima immagine, per qualcuno una parabola, per altri la sintesi della figura del discepolo, per altri ancora la firma dell’apostolo evangelista Matteo. Ci insegna che la vita di fede significa sempre essere fedeli a quel tesoro che Tu ci hai già donato.

Senza smettere di ascoltare insieme quello che ci riveli nel presente.

don Claudio Bolognesi