PAROLA INAUDITA: DIO E IO SIAMO LA STESSA VITE
Gv 15,1-8
La bibbia è un libro
pieno di olivi,
di fichi e di viti.
Pieno di uomini
di cui Dio si prende cura
e dai quali riceve
un vino di gioia.
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Con le parole di oggi
Gesù ci comunica Dio,
cose da capogiro,
attraverso lo specchio
delle creature
più semplici.
Ci porta a scuola
in un vigneto,
a lezione dalla sapienza
della vite
e da un Dio contadino,
profumato di sole
e di terra.
All’inizio della primavera
mio padre mi portava
nella vigna dietro casa.
Sui tralci potati affiorava,
in punta, una goccia
di linfa
che tremava e luccicava
al vento di marzo.
E mi diceva: guarda,
è la vite che va in amore!
C’è un amore che muove
il sole e le altre stelle,
che ascende
lungo i ceppi
di tutte le viti del mondo,
e l’ho visto aprire
esistenze che sembravano finite,
far ripartire famiglie
che sembravano distrutte.
E perfino le mie spine
ha fatto rifiorire.
Dobbiamo salvare
la linfa di Dio,
il cromosoma divino in noi.
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Che Dio sia descritto
come creatore
non ci sorprende,
l’abbiamo sentito.
Ma Gesù afferma oggi
una cosa mai udita prima:
io sono la vite, voi i tralci.
Io e voi la stessa cosa!
Stesso tronco, stessa vita,
unica radice, una sola linfa.
E mentre nei profeti antichi
Dio appariva piantatore,
coltivatore, vendemmiatore,
ma sempre altro
rispetto alle viti,
oggi ascoltiamo
una parola inaudita:
Dio e io siamo
la stessa vite;
lui tronco, io tralcio;
lui mare, io onda;
lui fuoco, io fiamma.
Il creatore si è fatto creatura.
Dio è in me,
non come padrone,
ma come linfa vitale.
É in me, per meglio
prendersi cura di me.
Rimanete in me e io in voi.
Non è da conquistare
l’unione con Dio,
è cosa di cui prendere consapevolezza:
siamo già in Dio,
ci avvolge con il suo affetto,
lo respiri, lo urti!
E Dio è in noi, è qui,
è dentro,
scorre nelle vene della vita.
Dio che vivi in me,
nonostante tutte
le distrazioni e i miei inverni,
e tutte le forze
che ci trascinano via.
Ma via da lui non c’è niente.
Questa comunione
precede ogni liturgia,
è energia che sale,
cromosoma divino
che scorre in noi.
Ed ogni tralcio
che porta frutto,
egli lo pota
perché porti più frutto.
Il grande e coraggioso
dono della potatura!
Potare non è sinonimo
di amputare ma di dare vita,
ogni contadino lo sa.
Togliere il superfluo
equivale a fare molto frutto.
Il filo d’oro che cuce
il brano e illumina
ogni dettaglio è “frutto”.
Sei volte viene ribadito
ribadisce, perché
sia ben chiaro:
il vangelo sogna
mani di vendemmia
e non mani perfette,
magari pulite ma vuote,
che non si sono volute
mischiare con la materia incandescente e
macchiante della vita.
Per il vangelo la santità
non risiede nella perfezione
ma nella fecondità.
Dov’è mai questa perfezione
nei discepoli di Gesù,
pronti alla fuga e alla bugia,
duri a capire…
La morale evangelica
ha la colonna sonora
delle canzoni della vendemmia,
di una festa sull’aia;
sogna fecondità
e non osservanze.
Più generosità, più pace,
più coraggio.
E mi piace tanto
il Dio di Gesù,
che si affatica
attorno a me
perché io porti frutto,
che non impugna lo scettro
ma la zappa,
non siede sul trono ma
sul muretto della vigna.
A contemplarmi,
con occhi belli
di speranza.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
