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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 13 luglio 2026

Vangelo del giorno di Mt 10,34-11,1

Sono venuto a portare non pace, ma spada.
Dal Vangelo secondo Matteo.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.

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Parola del Signore.

EcSeguire il fuoco significa incendiarsi d’amore. Seguire uno come lui, disposto a donarsi totalmente, a percorrere i quattro confini della terra per raccontare con le parole e con la vita chi è davvero Dio, significa voltare pagina, salire una vetta.

Allora chiede, Gesù, osa. Chiede di essere amato di più. Chiede di essere amato perché esiste l’amore, che tutti conosciamo, che è epifania divina, che è esperienza totalizzante e struggente di Dio riflesso nelle persone e nelle situazioni.

Ed esiste un amore più grande, quello del dare vita. Quello che Gesù ci ha svelato. E che in lui possiamo sperimentare. È esigente, sì, e finanche presuntuoso, il Signore. Ma perché può mantenere ciò che promette.

Lui può amare di più. Può donare un amore più grande. Più grande del più grande amore che abbiamo vissuto o che mai potremo sperimentare. Chiede perché lui per primo dona. Si dona.

Non c’è spazio per i tiepidi. O per i superficiali. O per i calcolatori. Niente bilancino per pesare quanto diamo per poter esigere da Dio la controparte. Ecco, qualcuno, fra i molti che lo seguono, abbassa lo sguardo, si ferma. Non scherziamo.

Seguire Gesù significa portare la propria croce. E qui ci rassicuriamo. Vittime come siamo di ogni disgrazia, silenziosi penitenti reietti, santi in pectore rassegnati a soffrire come Gesù ci chiede…

Figli di una spiritualità crocefissa, autolesionista, piangente. Così felicemente fermi al venerdì Santo che quasi ci scordiamo della Pasqua. Figli della croce più che del crocefisso risorto.

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Solo che non abbiamo capito nulla di quanti Gesù dice. Nulla. Nada. Nothing. Ha appena parlato d’amore. Di un amore più grande. Da ricevere e da restituire.

L’amore ha a che fare con la croce. Cioè col dono totale di sé. Gesù spiega in che modo sarà Messia. È disposto a morire pur di non rinnegare il volto del Padre. Pur di non cambiare idea. E così sarà.

Allora chiede ai discepoli di essere disposti anch’essi a seguirlo in questo compito così impegnativo, anche a costo della propria morte.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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