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p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di lunedì 6 luglio 2026

DIO INONDA DI VITA PROPRIO LE STRADE PIÚ NERE

Gesù cammina accanto
al dolore di Giairo,
padre di una bambina
morta a 12 anni,
l’età in cui
è d’obbligo fiorire,
non soccombere.

Co­me è possibile
non temere quando
la morte è entrata
in casa mia,
e si é portata via
il mio sole?

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Così una donna
che aveva molto sofferto,
ma che
si ribella al suo dolore,
si avvicina a Gesù, e
come mezzo per guarire
vuole credere
nel tocco della mano.

L’emorroissa,
la donna impura,
condannata a non essere
toccata da nessuno –
mai una carezza,
mai un abbraccio –
scardina la regola
con il gesto
più tenero e umano:

un tocco, una carezza
per dire:
ci sono anch’io!

L’esclusa scavalca
la legge perché
crede in una forza
più grande della legge.
Si illude?

La fanciulla
non è morta,
ma dorme.
E lo deridono.

Tu credi nella vita
dopo la morte?
Sei un illuso.

E Gesù a ripetere:
“tu abbi fede”,
lascia che la Parola
salga alle labbra
con l’ostinazione
degli innamorati.

Dio è il Dio dei vivi
e non dei morti.

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Allora Gesù cacciò tutti
fuori di casa.
Bellissimo e tremendo
questo “cacciare”
ciò che non vive,
ciò che non crede
alla vita.

Costoro resteranno fuori,
con i loro flauti inutili,
fuori dal miracolo,
con tutto il loro realismo.

La morte è evidente, ma
l’evidenza della morte
è una illusione,
perché Dio
inonda di vita proprio
le strade più nere.

Gesù prende
il padre e la madre,
i due che amano di più,
e non ordina cose da fare,
ma li prende con sé;
crea comunità
e vicinanza.

Ricrea il cerchio
degli affetti
attorno alla bambina,
perché ciò che vince
la morte non è la vita,
è l’amore.

E il tempo dell’amore
è infinitamente più lungo
del tempo della vita.

E mentre si avvia
a un corpo a corpo
con la morte ed entra
nel suo mistero silenzioso,

Gesù porta
i suoi tre discepoli
alla scuola dell’esistenza,
vuole che
si addossino,
anche solo per un’ora,
il dolore di una famiglia,
per acquisire
quella sapienza
del vivere che viene
dalle ferite vere,
dalla sapienza sulla vita
e sulla morte,

sull’amore e sul dolore che
non avrebbero mai potuto
apprendere dai libri:

c’è molta più “Presenza”,
molto più “Cielo”
presso un corpo o un’anima
nel dolore che presso
tutte le teorie dei teologi.

Ed entrò dove era la bambina.
Una stanzetta interna,
un lettino, una sedia,
un lume,
sette persone in tutto,
e il dolore che
prende alla gola.

Quella non è solo
la stanza interna
della casa di Giairo,
ma è la stanza
più intima del mondo,
la più oscura,
quella senza luce.

Gesù entrerà
nella morte
perché là
va ogni suo amato.

E non spiega il male,
ci entra, lo invade
con la sua presenza,
dice: io ci sono.

Su ciascuno di noi,
qualunque sia
la porzione di dolore
che portiamo dentro,
qualunque sia
la nostra porzione di morte,
il Signore fa scendere
la benedizione
di quelle antiche parole:

Talità kum.
Giovane vita alzati,
riprendi la fede, la lotta,
la scoperta, la vita.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

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