Il Papa del “Gran Rifiuto”: 4 motivi per cui il nuovo film su Celestino V cambierà la vostra visione della Storia
Pietro da Morrone non era un uomo di potere, né aspirava a diventarlo. Immaginate un eremita di ottant’anni, un guaritore che ha trascorso decenni nel silenzio della montagna, improvvisamente proiettato sul trono più alto della cristianità. La sua elezione nel 1294 non fu un semplice atto di fede, ma un colpo di scena politico che sembra uscito da una sceneggiatura di alto dramma: l’esito di uno stallo durato ben 27 mesi, risolto da un conclave esausto che scelse un outsider totale per sbloccare l’impasse.
Il nuovo Tv movie prodotto da Rai Fiction e Pepito Produzioni, diretto da Edoardo Re con la direzione creativa di Luca Verdone, ci invita a riscoprire questo paradosso storico con una sensibilità profondamente moderna, esplorando la vita di un uomo che ebbe il coraggio di dire “no” al mondo per restare fedele a Dio e a se stesso.
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Ecco 4 motivi per cui questa pellicola è destinata a lasciare il segno:
1. Un casting d’eccezione: Il duello tra Placido e Ragno
La forza narrativa del film poggia su un “duello attoriale” di rara intensità tra la dimensione spirituale e quella temporale. Michele Placido presta la sua profondità drammatica a Celestino V, incarnando il peso di una scelta che ha segnato i secoli. Al suo fianco, Tommaso Ragno interpreta l’antagonista ideale, Benedetto Caetani (il futuro Bonifacio VIII), l’uomo che incarna la pragmatica durezza del potere.
“Michele Placido è il papa del ‘gran rifiuto'”
Non si tratta però di un monologo a due voci, ma di un raffinato racconto corale. Il cast vanta nomi di spessore come Fortunato Cerlino (Cardinal Colonna), Giovanni Scifoni (nel ruolo del Narratore), Giacomo Ferrara (Roberto di Salle), Giulio Beranek (Carlo II d’Angiò), Francesco Sechi (Francesco d’Atri), Christian La Rosa e Antonio Greco. Un ensemble che restituisce la complessità di una corte papale divisa e vibrante.
2. L’invenzione del Perdono: Il primo Giubileo della storia
Celestino V non è stato solo il Papa della rinuncia, ma un rivoluzionario che ha cambiato per sempre il concetto di misericordia. È a lui che dobbiamo l’istituzione della Perdonanza, un atto di grazia universale che rappresenta, a tutti gli effetti, il primo Giubileo della storia cristiana.
Prima delle grandi celebrazioni romane, l’eremita della Maiella aprì le porte del perdono a chiunque entrasse nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila. In un’epoca di rigide gerarchie e indulgenze spesso legate al censo, questa visione di una Chiesa “ospedale da campo” — per citare un linguaggio caro ai moderni — rimane un’eredità di straordinaria attualità che il film valorizza come atto dirompente.
3. Il Papa “Outsider”: Un eremita senza latino nel cuore del Vaticano
Il film distilla l’aspetto più umano e contro-intuitivo di Pietro da Morrone. Fondatore di 36 monasteri, erborista e guaritore, l’anziano monaco si presentò in Vaticano portando con sé la semplicità assoluta delle vette abruzzesi.
Il racconto sottolinea con forza l’inadeguatezza consapevole di Celestino rispetto alle strategie della corte pontificia: un Papa che non parlava latino durante le cerimonie ufficiali, preferendo la lingua del popolo e il silenzio della preghiera. Questa sua autenticità radicale lo rende una figura incredibilmente moderna: un uomo che rifiuta di lasciarsi trasformare dalla maschera del ruolo, preferendo la libertà della propria essenza alla schiavitù della corona.
4. L’Abruzzo come Protagonista Silenzioso
Il paesaggio non è una semplice cornice, ma un “personaggio” che ha plasmato l’anima di Pietro. Le riprese, concluse nel giugno 2026, coincidono con un momento simbolico straordinario: l’anno in cui L’Aquila è Capitale Italiana della Cultura.
Dagli eremi rupestri della Maiella alle abbazie romaniche, fino alla costa adriatica, la pellicola restituisce il legame viscerale tra l’uomo e la terra. Il territorio abruzzese, aspro e spirituale, diventa il simbolo visivo di quella coerenza che permise a Celestino di abbandonare i palazzi romani per tornare alle sue montagne, compiendo quella rinuncia che Dante avrebbe reso immortale.
Un’eredità che interroga il presente
Basato sulla sceneggiatura di Alessandro Ottaviani e Giacomo Pucci (tratta dal libro di Maria Burani), Celestino V non è solo un film storico, ma un’opera che interroga la nostra modernità. La scelta di Pietro da Morrone non fu una fuga per viltà, ma una rivendicazione di libertà interiore contro le logiche del possesso.
In un’epoca come la nostra, ossessionata dalla visibilità, dal consenso social e dall’accumulo di potere a ogni costo, quanto coraggio serve oggi per compiere il proprio “gran rifiuto” in nome della coerenza personale?
Fonte e immagine di copertina tratta dal sito RAI – Ufficio Stampa.
