Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 14 giugno 2026.
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Primogenito. Responsabilità non privilegio
“Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10,5-6). Una strana ingiunzione questa che Gesù dà ai suoi discepoli prima di inviarli in missione. Che significa? È un cedimento ai pregiudizi e al particolarismo esclusivista coltivati dalla maggioranza del suo popolo? Se così fosse, sarebbe inconciliabile con l’ordine che si trova alla fine del vangelo: “Andate nel mondo intero, fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19).
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È invece l’espressione della strategia di Dio: per far giungere la salvezza a tutti i popoli, il Signore si è scelto Israele, “il suo figlio primogenito” (Es 4,22), e lo ha costituito nel mondo come segno delle sue premure e delle sue attenzioni; lo ha voluto santo per manifestare a tutti i popoli la sua santità; lo ha reso “luce delle nazioni per portare la sua salvezza fino alle estremità della terra” (Is 49,6).
“Dio non ha ripudiato il suo popolo” (Rm 11,2), “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29). Gesù è in sintonia con la pedagogia di Dio: si prende cura anzitutto di Israele (Mt 15,24) perché possa adempiere la sua missione di mediatore della salvezza.
Oggi è la comunità cristiana il popolo depositario delle promesse e dell’alleanza fra Dio e l’umanità. La chiesa, chiamata a santificare il mondo, deve anzitutto santificare se stessa; incaricata di proclamare la libertà, l’uguaglianza, la pace, il rispetto della persona, deve vivere al suo interno questi valori; destinata ad essere città posta sul monte e lucerna che illumina la casa, ha bisogno di lasciarsi illuminare, per prima, dalla parola del suo Signore.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Siamo il popolo che il Signore ha scelto per essere luce del mondo”.
Vangelo (Mt 9,36-10,8)
36 Vedendo le folle Gesù ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore.
37 Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! 38 Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”.
10,1 Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 3 Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 4 Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì.
5 Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti:
“Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6 rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. 7 E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.
Preti e suore sono in costante e drammatico calo, le defezioni aumentano, l’età media si alza e le prospettive di una inversione di tendenza sono praticamente nulle. Che fare? La risposta è quasi scontata: “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe”.
Indubbiamente bisogna pregare per le vocazioni sacerdotali e religiose, ma restringere a queste categorie di cristiani l’applicazione del brano evangelico che ci viene proposto oggi è scorretto e anche pericoloso: induce a pensare che esse soltanto si debbano impegnare al servizio della comunità e presuppone che il popolo di Dio sia un gregge di “pecore senza pastore”, sia “messe” che non viene raccolta e va persa per mancanza di “mietitori”.
L’obiezione più forte a questa interpretazione nasce dal fatto che non si capisce perché Dio debba essere pregato per mandare pastori per il suo gregge e operai nel suo campo.
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Se così fosse, si comporterebbe in modo irritante: noi ci stiamo impegnando allo spasimo, notti e giorni dedicati allo studio della parola di Dio, all’annuncio del vangelo e all’apostolato, mentre egli rimarrebbe a osservare, impassibile, la dispersione delle pecore e la rovina del raccolto. Verrebbe voglia di mollare tutto e pensare ad altro.
I dodici discepoli – diciamolo subito – non rappresentano i preti e le suore, ma tutto il popolo di Dio e, se questa è la prospettiva, l’interpretazione del brano cambia. È ogni discepolo che è chiamato a svolgere una missione nel campo – che è il mondo. Qualunque sia la sua condizione di vita (sposato o celibe, dotto o ignorante, forte o debole…) ognuno deve impegnarsi nella costruzione del regno di Dio.
Ora diviene chiara la ragione per cui è necessaria la preghiera: non si tratta di convincere Dio, ma di cambiare il cuore dell’uomo. All’uomo è chiesto di staccare la propria mente e il proprio cuore dai criteri e dai giudizi di questo mondo, di assimilare i pensieri di Dio e di adottare la vita nuova proposta da Cristo. Come ottenere questa conversione, questa trasformazione radicale? Solo il dialogo con Dio e la meditazione della sua parola possono compiere il prodigio. È questa la preghiera che Gesù raccomanda.
Veniamo ora alla chiamata e all’invio dei dodici.
C’è una differenza notevole fra il comportamento del maestro Gesù e quello dei rabbini del suo tempo. Questi si circondavano di discepoli per farli divenire a loro volta rabbini onorati, serviti e ben retribuiti. Gesù chiama i suoi per un servizio.
Sente compassione del suo popolo perché non vede alcuno che se ne prenda cura: non i capi politici, non le autorità religiose. Tutti sono mossi dalla ricerca dei propri interessi, dei propri vantaggi e da prospettive di fare carriera. Mirano ai privilegi, vogliono migliorare la propria vita e trascurano il popolo che ha fame, è ammalato, vive oppresso, è vittima di abusi.
Gesù è sensibile ai bisogni e al dolore dell’uomo. Ricorre solo dodici volte nei vangeli il verbo splagknizomai ed è sempre impiegato per esprimere l’intima commozione di Dio o di Cristo nei confronti dell’uomo. Qui è applicato ai sentimenti che Gesù prova: non rimane impassibile, non guarda con distacco e disinteresse la condizione in cui si dibatte il suo popolo, ma si commuove; prova un’emozione viscerale (splagkna in greco sono dette le viscere).
Questa compassione lo spinge a intervenire. Dà inizio a un popolo nuovo: chiama i dodici e questo numero fa riferimento alle dodici tribù d’Israele.
A questi discepoli Gesù ingiunge di continuare la sua opera, per questo vuole, anzitutto, che preghino, perché solo nella preghiera possono assimilare i sentimenti di Dio; poi conferisce loro l’autorità di scacciare gli spiriti maligni e di curare i malati.
Non si deve immaginare che i cristiani (e i preti in modo particolare) abbiano ricevuto qualche arcano potere di compiere prodigi, di guarire miracolosamente le persone. I demoni e le malattie sono il simbolo di tutto ciò che si oppone alla vita – fisica, psichica, spirituale – dell’uomo, sono l’espressione di tutte le forme di morte con le quali, in ogni momento, ci si deve confrontare.
L’autorità che Gesù conferisce non è sulle persone, ma sul male, è la forza prodigiosa della sua parola che è capace di debellare il male e di creare un mondo nuovo.
Negli ultimi versetti la missione cui sono chiamati i discepoli è nuovamente richiamata: “Lungo il cammino predicate che il regno dei cieli è vicino; curate gli ammalati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni” (vv. 7-8). Si tratta – come è facile verificare – di ciò che Gesù stesso ha fatto (Mt 9,35; 4,17). I cristiani sono dunque chiamati ad impegnare tutte le loro energie per “riprodurre”, per rendere presente nel mondo il loro Maestro. Egli è il primo operaio inviato nella messe, i discepoli sono i suoi collaboratori, come ha ben compreso Paolo (1 Cor 3,9).
L’ingiunzione con cui si chiude il brano – “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (v. 8) – è la richiesta del completo distacco da qualunque forma di interesse egoistico nello svolgimento dell’azione apostolica.
Il discepolo di Cristo non lavora per ottenere qualche vantaggio personale: per essere conosciuto, stimato, riverito, per arricchirsi. Offre gratuitamente la propria disponibilità, come ha fatto il Maestro. Sua unica ricompensa sarà la gioia di aver servito e amato i fratelli con la generosità con cui ha visto operare Gesù.
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
