Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 24 maggio 2026

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La Pentecoste è la festa della Chiesa, il giorno della sua nascita, il suo battesimo nello Spirito Santo. Se al Giordano, nel battesimo di Gesù, contempliamo l’inizio del ministero pubblico del Signore, cinquanta giorni dopo la Pasqua contempliamo l’inizio del ministero della Chiesa: il Corpo di Cristo entra nella storia, esce dal cenacolo e si mette in cammino per annunciare il Vangelo a tutte le genti.

Per questo gli Atti degli Apostoli ci parlano di vento, fuoco e lingue. Sono i segni di una forza nuova che irrompe nella storia e genera unità: lo Spirito ricrea ciò che era diviso, ricompone le fratture, genera comunione e rende la Chiesa capace di raggiungere ogni uomo e ogni popolo.

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Il Vangelo, da dove tutto ha inizio, la sera di Pasqua ci presenta gli Undici come degli uomini impauriti. Sono chiusi nel cenacolo, bloccati, incapaci di muoversi. Hanno nel cuore lo smarrimento della Passione, il peso del fallimento, la paura del futuro. Hanno ricevuto la testimonianza del Risorto, ma sono ancora storditi e soprattutto quasi incapaci di muoversi. È una scena profondamente umana. E forse molto vicina anche alla nostra esperienza.

Quante volte anche noi viviamo rinchiusi nei nostri cenacoli interiori: chiusi nelle paure, nelle delusioni, nelle ferite, occupati a proteggerci e, proprio per questo, incapaci di uscire davvero verso gli altri. Proprio lì, in modo inatteso, avviene l’irruzione del Risorto. Gesù entra a porte chiuse, si pone in mezzo ai suoi e dona la pace.

Poi mostra le sue ferite e soffia lo Spirito. Quelle ferite gloriose sono il segno che l’amore di Dio non viene meno. Dicono che siamo amati non perché perfetti, ma mentre siamo ancora peccatori. Dicono che il suo amore è irrevocabile, più forte del peccato e della morte. Quando facciamo esperienza concreta di questo amore, qualcosa cambia: la paura lascia spazio alla gioia.

Lo Spirito Santo è proprio questo: l’amore di Dio riversato nei nostri cuori, la forza della Pasqua che entra nella vita e la trasforma dall’interno. E quando il cuore si infiamma di questo amore non può più restare fermo. La gioia diventa missione.

Papa Leone XIV, parlando agli Agostiniani a Roma lo scorso anno, riprendendo un’espressione di Didimo il Cieco, definiva la Pentecoste come il “sopravvento abbondante e irresistibile dello Spirito” (Omelia, 1 settembre 2025). È una bellissima immagine: lo Spirito prende il sopravvento, irrompe e supera le resistenze umane, vince le paure e fa nascere qualcosa di nuovo.

Per questo il Risorto dice: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). La Chiesa nasce per essere missionaria. È la creatura dello Spirito: fatta di uomini fragili e talvolta timorosi, ma trasformati dalla grazia e inviati a continuare l’opera del Risorto nel mondo.

Il Vangelo di Pentecoste, poi, consegna alla Chiesa anche il dono del perdono. La comunità nata dallo Spirito non è chiamata soltanto ad annunciare, ma anche a riconciliare, a portare la misericordia di Dio agli uomini. Per questo la Pentecoste ci ricorda qualcosa di essenziale: la Chiesa esiste per la missione e per il perdono.

Alla fine resta una domanda per noi: È davvero Pentecoste in me? Sto facendo esperienza dello Spirito, oppure sono ancora chiuso nel mio cenacolo? È Pentecoste ogni volta che lasciamo entrare il Risorto nelle nostre paure e permettiamo al suo Spirito di trasformare le nostre vite.

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Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.