La liturgia della settima domenica di Pasqua invita a meditare sull’ascensione di Gesù, il suo “esodo da questo mondo al Padre” (Gv 13,1), evento narrato come il distacco dai discepoli per essere accolto in cielo. Tuttavia, l’ascensione è raccontata esplicitamente solo da Luca (Lc 24,50-53; At 1,1- 11) e da Marco (Mc 16,19), mentre Matteo e Giovanni parlano delle apparizioni del Risorto senza descrivere una vera e propria partenza dalla terra. In particolare, Matteo presenta una sola apparizione di Gesù in Galilea, interpretata come l’ultimo saluto e il testamento spirituale affidato ai discepoli.
Matteo infatti narra all’inizio del capitolo 28, che all’alba del giorno dopo il sabato, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro e trovarono la tomba vuota e lì ascoltarono da un “angelo del Signore” l’annuncio della resurrezione di Gesù. E mentre si recavano a portare ai discepoli questo annuncio, incontrarono Gesù risorto, che disse loro: “Non temete, andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno” (Mt 28,1-10).
- Pubblicità -
In tale contesto, ecco che i discepoli “andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato” (v.16), trovandosi nuovamente nella terra in cui erano stati chiamati alla sua sequela. Per Matteo la Galilea rappresenta la terra voluta da Dio come luogo dell’evangelizzazione, la “Galilea delle genti”, dei pagani (Mt 4,12-16), terra considerata impura, “da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46), e lontana dalla città santa di Gerusalemme, centro della fede e del culto.
La Galilea, quindi è la regione per eccellenza di evangelizzazione e di missione, da qui sono richiamati i discepoli per ricominciare quella sequela conclusasi con la passione e morte del loro Maestro.
Il Risorto incontra i suoi discepoli sulla montagna, luogo ricco di significato teologico, nel quale Dio si è manifestato più volte e ha voluto rendersi presente. È lo stesso luogo in cui Gesù aveva proclamato il grande discorso comprendente le beatitudini (Mt 5,1-7,29) e dove Pietro, Giacomo e Giovanni avevano contemplato la sua trasfigurazione (Mt 17,1-8). Al vedere Gesù gli undici discepoli “si prostrarono” in adorazione senza dire nulla (v.17), riconoscono colui che si è fatto vedere come Signore. Un’adorazione tuttavia mescolata al dubbio, i discepoli esitano a riconoscerlo. Ciò costituisce una condizione consueta dell’esperienza di fede del credente che sperimenta la coabitazione del credere con il dubitare: “Uomo di poca fede perché hai dubitato?” (Mt, 14,31). Ma il credente, nonostante i dubbi, come atto di libera scelta e di affidamento può fare proprie le parole di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68-69).
Ora Gesù si avvicina agli undici senza rimproverarli per essere fuggiti al momento del suo arresto (Mt 26,56) né per la loro debole fede; al contrario, si rivela nella gloria che il Padre gli ha donato risuscitandolo dai morti: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (v.18).
Sono parole intense che rivelano la sua identità di Signore del cielo e della terra grazie al “potere” ricevuto da Dio Padre. Così Matteo, pur senza descrivere visivamente l’ascensione di Gesù, indica il luogo in cui il Risorto può essere cercato e incontrato: in Dio e nella sua signoria, in linea con il Vangelo di Giovanni: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).
La Chiesa, in ogni tempo e in ogni luogo, proclama quindi Gesù come colui che siede alla destra del Padre e intercede per noi presso di Lui; per questo i credenti pregano affinché il Signore Gesù rimanga al centro della storia umana, quale unico Salvatore atteso e sperato.
Gesù Risorto, investito dal Padre di tale autorità, invita i discepoli ad “andare e fare discepoli tutti i popoli” (v. 19). Non si tratta però di una missione di conquista o di dominio su terre e nazioni, ma dell’apertura del Vangelo a tutte le genti, a ogni cultura, senza barriere né discriminazioni.
È il tempo dell’annuncio universale del messaggio evangelico di salvezza e di misericordia: Gesù, inviato inizialmente al popolo d’Israele come Messia promesso, dopo la morte e risurrezione si rivolge a tutti i popoli. Cadono così le divisioni tra Israele e le genti, perché ogni uomo e ogni donna diventino destinatari del Vangelo, da vivere prima ancora che annunciare.
- Pubblicità -
Il comando del Risorto ai discepoli di battezzare tutti i popoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (v.20), che rappresenta il mandato perenne per la Chiesa, non implica semplicemente l’attuazione di un rito, ma piuttosto di introdurre gli uomini e le donne alla relazione con Dio Padre per mezzo del Figlio Gesù Cristo nello Spirito Santo. Si tratta di un compito “rigenerante” che implica l’educazione alla fede e la trasmissione della fede.
Il discepolo, reso tale grazie all’ascolto della parola di Gesù, è inviato tra le genti ad insegnare loro a vivere secondo tutto ciò che Egli ha indicato come “via di umanizzazione”, compito che la Chiesa può assolvere se si affida alla promessa del Risorto. Le ultime parole del Vangelo di Matteo racchiudono infatti il senso della nostra fede: “Io sono con voi tutti i giorni”. Il Signore è sempre con noi. E alla promessa della sua presenza “fino alla fine del mondo”, si aggiunge anche un’altra promessa che nutre la speranza del suo ritorno, come ci viene narrato nella Prima Lettura: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù che è stato di tra voi assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11).
I discepoli, quindi, sono chiamati a non fuggire dal mondo e dalla storia ma a rimanere fedeli alla terra con il cuore ricco di speranza, chiamati ad essere testimoni dell’amore trasmesso da Gesù di Nazareth e promotori di pace. L’ascensione, pertanto, se da un lato rappresenta il momento conclusivo della parabola di Gesù, dall’altra parte, come scrive Giancarlo Bruni: “il sottratto allo sguardo umano non diventa l’assente, ma un presente nascosto che continua a generarsi fratelli e discepoli attraverso la via della predicazione e del battesimo.” (G.Bruni, “Dalla Parola alla Vita”, EDB)
Commento di Luigi.
Per gentile confessione della Comunità Kairos.
