Vangelo del giorno di Gv 16,5-11

Se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito.
Dal Vangelo secondo Giovanni.
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.
E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato».
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Parola del Signore.
I discepoli non sembravano affatto contenti della notizia. Ma il Maestro non si lascia turbare e non modifica i suoi progetti. Anzi, si mette persino a tessere l’elogio di quel prossimo, amaro addio.
«È bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi» (Gv 16,7).
Il Signore non ha avuto timore di indicare il miglior bene ai suoi amici, per quanto potesse immaginare quali sentimenti nei loro cuori si agitassero. Ci sono delle distanze tra la nostra debolezza e la forza di Dio che, spesso, ci rendono tristi, eppure sono foriere di vita e gioia. Talvolta, quando è ormai venuto il momento per noi di crescere nell’esperienza e nell’accoglienza dello Spirito, ci sembra di subire una perdita. Abbiamo l’impressione di sanguinare. Poi, scopriamo che il vuoto innanzi a noi è, in realtà, uno spazio percorribile. Anzi, è proprio lo spazio di dignità della nostra vita chiamata a donarsi pienamente.
Quella sera il Signore ha dichiarato ai suoi amici che anche loro erano pronti a diventare dimora del suo stesso Spirito, della sua forza per scegliere, decidere, amare. Che era giunto il momento di diventare cristiani — altri cristi — chiamati a percorrere le medesime strade di libertà solcate e calcate dal Maestro. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano di quando un momento di prigionia si è trasformato in libertà, attraverso la potenza della lode al Dio vivo e risorto.
Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti (At 16,25-26).
Questo improvviso mutamento non si trasforma nell’occasione di fuggire subito dalla scomoda situazione in cui gli apostoli si trovano. Il carcere ormai privo di catene e lucchetti non incute più timore a chi porta nel cuore un canto di salvezza.
Il terremoto suscitato dalla preghiera non è tanto l’abolizione delle situazioni che ci opprimono, ma la creazione di una profonda libertà dentro di esse. Quando il male perde le sue fondamenta, noi scopriamo di poter trarre profitto anche dalle paralisi e dai vicoli ciechi, che si mutano in occasioni di salvezza per noi e per gli altri, momenti pieni di gioia per il semplice fatto di «aver creduto in Dio» (16,34).
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