Un’intimità esplosiva. È quello che penso meditando sulle letture che la VI domenica di Pasqua ci offre. Un’intimità speciale, costante, quotidiana è quanto viene fuori dalle parole di Gesù ai suoi discepoli. Un’intimità proposta quale via efficace e fruttuosa nel rapporto con lui. Il Vangelo che la liturgia ci offre si apre e si chiude nel segno dell’amore, non del comando. Le conseguenze dirette di quel «Se mi amate…» iniziale si esplicitano nel versetto finale: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio…».
E quello che intercorre è un’intensa relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, della quale noi siamo chiamati a essere parte viva e dinamica.
C’è da perdersi nei passaggi del Vangelo. E forse la lettura potrebbe anche risultare faticosa, proprio perché qui non c’è la narrazione di un evento, di un miracolo, di un incontro.
Il Vangelo oggi ci apre a una realtà oltre noi, fatta di amore e presenza, ma anche di dinamicità e di uscita.
Oggi siamo chiamati a contemplare, a esercitare lo sguardo del cuore per accorgerci della vita che il Signore Gesù ci dà con le sue parole e con i suoi gesti. Ma di quella vita noi che ne facciamo? L’invito è ad accogliere e custodire: chi ama non disperde. Chi ama accoglie nella gratuità e gratitudine.
Oggi siamo chiamati a contemplare ciò che il Signore Gesù ha fatto per noi: è uscito dal grembo del Padre per venire a noi e portarci al Padre. E per amore, ritornando al Padre ci ha portati con sé, figli amati nel figlio amato, da lui liberati, da lui salvati, da lui custoditi.
Oggi siamo chiamati a contemplare il movimento dello Spirito che il Padre continua a donare a ognuno di noi, perché in noi possa scorrere quella stessa vita, quella stessa liberazione che Gesù ha offerto al mondo.
Oggi siamo chiamati a contemplare ciò che il Padre ha fatto per noi, inviando per noi Gesù.
Oggi siamo chiamati a contemplare con gratitudine immensa quale grande potenza portiamo in noi.
Ma contemplare non è gongolare.
Non è inorgoglirsi per ciò che non abbiamo meritato né mai conquistato.
Contemplare è consapevolezza, è gratitudine, ma al tempo stesso è responsabilità, è scelta.
Se amiamo il Signore, se scegliamo di metterlo al centro della vita, se pensiamo di essere suoi discepoli, allora non possiamo fare a meno di avere il Vangelo come criterio di giustizia, di etica, di vita quotidiana, di giudizio su noi stessi e sul mondo.
E no, non si parte dalle nostre convinzioni, perché come i Vangeli raccontano, il Signore ha costantemente smontato le convinzioni dei discepoli per innestarvi le prospettive del divino Pastore e Padre.
In Gesù, parole e gesti erano intimamente connessi. E i suoi apostoli hanno pian piano imparato a connetterli.
Chi ha creduto ha fatto esperienza di una parola di liberazione che ha generato liberazione.
In chi annuncia, come accade con Filippo nella Prima lettura, i segni rendono vere le parole, e il parlare di Dio si fa concretezza in ciò che i gesti manifestano.
I gesti di chi “porta” Dio non possono che generare, non possono che diffondere bellezza, bontà, mitezza, pace, riconciliazione, speranza.
A rendere possibile tutto questo è quell’intimità che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito, e che viene offerta anche a noi quotidianamente.
Come possibilità.
Come cammino.
Come scelta.
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
