C’é qualcosa di chiuso, di trattenuto, di prigioniero all’inizio di questo racconto. Gli occhi dei discepoli non appartengono a loro, non sono liberi di riconoscerTi. Uno si chiama Cleopa, l’altro invece un nome non ce l’ha, in lui ci siamo noi.
Devono percorrere sessanta stadi, un po’ di più che undici chilometri. Un percorso fattibile in una giornata, in epoche in cui camminare a piedi era normale, ma anche significativo; arriveranno che ormai si fa sera. Una distanza che permetterà loro anche di tornare indietro dopo averTi riconosciuto Risorto, dopo essere balzati in piedi e con un passo da risorti anch’essi.
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Non sono solo gli occhi ad essere chiusi. Il loro volto è triste e anche il loro camminare. Tant’è che sentono il bisogno di fermarsi per raccontare ciò che pesa sul loro cuore.
Il modo in cui si rivolgono a Te è importante: Ti chiedono sei l’unico “straniero”, forestiero a Gerusalemme. È una di quelle profezie involontarie che piacciono tanto al Vangelo. Perché è vero – Tu sei forestiero, cittadino di un’altra Gerusalemme -.
Ma allo stesso tempo sei anche l’unico vero cittadino della vera Gerusalemme, e noi lo siamo solo se riconosciamo Te. Il loro racconto è significativo e sintetico: Ti definiscono “uomo”, “profeta potente” in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo. La responsabilità della Tua morte è condivisa tra i capi dei sacerdoti e i governanti che Ti hanno condannato a morte e poi crocifisso.
Dopodiché mettono il dito nella piaga: come spesso accade delusione e tristezza nascono dallo scontro tra le nostre speranze, nel loro caso che fossi Tu a riscattare Israele, e la realtà, il fallimento. C’è un “però”, qualcosa che sconvolge, scuote dalle proprie convinzioni, attese e speranze. Le donne e poi alcuni discepoli andati alla tomba non Ti hanno trovato.
Una domanda: – perché non sono andati tutti? -. Ci si aspetterebbe una folla, anche di curiosi. Invece la tomba vuota rimane affare di pochi.
A questo punto scatta il rimprovero. Li chiami “senza intelligenza” e “bradipi di cuore” – si capisce con affetto – poi apri la loro mente e il loro cuore ad accogliere la parola dei profeti. Ed ecco, dopo aver condiviso il pane benedetto, si aprono a fondo quegli occhi che prima erano chiusi.
Si accorgono che già era cambiato qualcosa al centro della loro vita. C’è un’energia che li trascina verso la comunità. Tornano “senza indugio” a Gerusalemme per testimoniare e raccontare quanto accaduto ad una comunità che a sua volta racconta il proprio incontro.
Intanto Tu sei scomparso. Non sei intrappolabile, continui a lasciare liberi. Continui a chiedere di aprire mente e cuore.
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A lasciare che la parola di Dio parli di Te, così come la condivisione, lo stare insieme di una comunità che cammina e camminando s’interroga sulle proprie speranze. Su ciò che succede intorno a lei, sulle decisioni da prendere. Non tutti hanno contemplato la tomba vuota, non tutti hanno incontrato messaggeri luminosi vestiti di bianco.
Tanti di noi hanno incontrato “solo” genitori, nonni, catechisti, parroci. Eppure siamo ancora lì, su quella strada di Emmaus, sospesi tra l’andare per vivere la nostra vita e il tornare per condividere la gioia dell’incontro con Te.
don Claudio Bolognesi
