Chi non muore si rivede
Somigliano, questi due, a due botti scariche: se del vino è rimasto dentro, si tratta dell’ultimo residuo, il fondo di bottiglia. Tutto il resto, passato il gran ladro della Morte, è andato perso per strada. Cleopa, all’amico in viaggio con lui verso Emmaus, non trova di meglio da confidargli se non il fatto che la vita, per raccontarti delle cose più belle, sceglie la maniera peggiore.
La delusione, per l’appunto, quella sorta di materia del cuore che si coniuga sempre all’imperfetto: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele». Speravamo: è voce del verbo sperare, modo indicativo, tempo imperfetto, prima persona plurale. La delusione è collettiva, raddoppiata per due: non è relegata ad un solo attimo (“sperammo”) ma è un fastidio che continua a rodere dentro. Sono tre giorni che, nella botte, è rimasto depositato solo sconforto. Odora di stantìo, puzza di muffa, fetore acre.
Il compagno – più per dire qualcosa che per avere qualcosa da dire – risponde a tono: “Carissimo, cosa vuoi che riesca a dirti se non che le delusioni aprono gli occhi ma chiudono il cuore”. Lui, in fatto di cuore, viaggia verso la situazione di elettrocardiogramma piatto: pochi battiti, cuore debilitato, desiderio al lumicino. Amarezza fiammante: «Speravamo» io e te, più tantissimi altri (Invece).
Dietro, non lontano, passi d’uomo in accelerata. Quando s’avvicina, finge d’esser tonto: «Che cosa son questi discorsi che state facendo» Come dire: “Coraggio: fatelo un sorriso che non sapete se domani avete ancora i denti!” Loro, però, di sorrisi ed eventuali proprio non vogliono saperne: la delusione li ha cambiati, ha reso i loro cuori più freddi, le paure più evidenti, le anime più pesanti. Tutto un mondo è crollato attorno a loro, assieme a loro, davanti a loro. Dentro di loro, appunto.
Tace, incede, ascolta: “Tu solo sei così fuori dal mondo da non avere letto i giornali questi giorni?” (Ri)tace, avanza, prende per il collo la botte: “Niente!” E loro, stravolti nel trovarlo assolutamente fuori dal mondo, a rovesciargli addosso l’ultimo fondo di bottiglia rimasto: «Ciò che riguarda Gesù!»
L’amore li ha delusi, si sentono traditi, tacciono perchè nessuno rinfacci che erano stati avvisati da tempo a non dar retta a quell’Uomo ramingo che predicava la vittoria sul mondo al prezzo di farsi sgozzare dal mondo. Gli snocciolano tutte le promesse fatte a loro: Lui, mentre ascolta, con le dita le conta come un bambino le sue figurine nell’album. Vuole sentire ripetere tutte le sue promesse, vuole che si svuoti tutta la botte, che non rimanga traccia di vino vecchio: è diventato aceto, d’aceto è il loro tono di voce.
Poi, quando il collo della botte è tutto in basso, la scuote Lui: «Stolti e tardi di cuore (…) Non bisognava?!» è l’assist. Filtra un raggio di luce, lo tengono a bada: “Ci manca solo un’altra delusione e ho finito l’album” pensa Cleopa. Nel frattempo, però, il cuore inizia a scaldarsi, a riprendere vita. Lui, nel mentre, ha sangue freddo di cecchino: «Fece come se dovesse andare oltre». Non è che debba andare oltre, fa finta: provoca una reazione, tenta la scossa per rimettere in sesto il cuore, mostra di saperci fare in materia di seduzione.
La delusione la senti arrivare ma non sei mai pronto all’impatto. L’amore le è simile: «Resta con noi, perchè si fa sera». La più grande bugia mai detta: non è il sole che tramonta il problema, è che s’accorgono che il cuore è ripartito e nulla sembra ancora del tutto perso. “Dove vai, fermo qui: non ci mollare anche tu adesso che ci hai scaldato il cuore!” dovrebbero dirgli.
Lo capisce benissimo: «Entrò per rimanere con loro». Con il pane spezzato in mano, si guardano: “Chi non muore si rivede!” si dicono loro due fissando, con la coda dell’occhio, quel Pane che luccica. Lui, nel frattempo, è già uscito dalla locanda: giusto il tempo di riaccendere la luce e via. Ci sono altri cuori, in agenda, da rimettere in moto: «Davvero il Signore è risorto (…) L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane». Certe delusioni fanno onore a chi riuscirà a viverle fino in fondo, chiamandole per nome. I successi migliori arrivano sempre dopo le più grandi delusioni.
Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte
