È LA CONDIVISIONE IL VERO MIRACOLO
Gv 6,1-15
Il miracolo del pane
è l’unico presente
in tutti e quattro
i Vangeli.
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Marco e Matteo
ne riportano addirittura
due redazioni.
Si tratta, evidentemente,
di un evento decisivo
per comprendere
la vicenda e
il messaggio di Gesù.
Il miracolo del pane
racconta qualcosa
di molto più grande
e bello che non
la semplice moltiplicazione
di cinque pani e due pesci.
Più che un miracolo
è un segno,
fessura di mistero.
Il racconto è pieno
di simboli bellissimi:
è ormai primavera,
tempo di Pasqua;
c’è il monte
grande simbolo
della casa di Dio;
c’è molta erba
che richiama i pascoli,
e il Salmo del buon pastore;
ci sono i numeri:
cinque pani e due pesci
formano il sette,
simbolo della pienezza;
c’è il pane d’orzo,
pane di primizia
perché l’orzo è
il primo dei cereali
che matura,
primo pane nuovo;
e c’è un ragazzo,
neppure un uomo adulto,
una primizia d’uomo.
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Un Vangelo pieno d’inizi,
pieno di gemme
che fioriscono
per grazia.
Modello del discepolo
oggi è un ragazzo
senza nome e senza volto,
che dona ciò che ha
per vivere,
che con la sua generosità
innesca la spirale
della condivisione,
vero miracolo.
Il problema del nostro mondo
non è la penuria di pane,
ma la povertà
di quel lievito
che incalza e
spinge a condividere,
a diventare sacramenti
di comunione.
«Al mondo, il cristiano
non fornisce pane,
fornisce lievito»
(Miguel de Unamuno).
E ci sono anche
i dodici canestri
di pezzi avanzati,
uno per ogni tribù,
segno di abbondanza
dalla quale
nessuno è escluso;
parola sulle cose:
non devono andare perdute
perché sono sacre,
una santità è iscritta
perfino nella materia,
perfino nelle briciole
del pane.
Prese i pani,
rese grazie
e li distribuì:
tre verbi che
ci ricollegano subito
a ogni Eucaristia.
E mentre lo distribuiva,
il pane non veniva
a mancare,
e mentre passava
di mano in mano,
restava in ogni mano.
Il Vangelo neppure
parla di moltiplicazione
ma di distribuzione.
«Credo sia più facile
moltiplicare il pane,
che non distribuirlo.
C’è tanto di quel pane
sulla terra che
a condividerlo
basterebbe per tutti»
(David Maria Turoldo).
Gesù rifiuta
di essere fatto re
ma non rifiuta
l’acclamazione a profeta.
La profezia gli si addice:
è bocca di Dio
e bocca dei poveri.
Ma dal potere,
da tutto ciò che
circonda il nome di re,
fugge lontano.
Non il potere, dunque,
ma la profezia
per me cristiano,
per l’intera Chiesa:
essere bocca di Dio
e voce dei poveri
è il lievito buono
che il cristiano fornisce
al mondo.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
