Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 6 Aprile 2026

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Vangelo del giorno di Mt 28,8-15

Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno. 
Dal Vangelo secondo Matteo.

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.

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Parola del Signore.

Abbandonato in fretta il sepolcro. Questo dobbiamo fare, adesso, nei prossimi cinquanta giorni. Abbandonare in fretta il sepolcro, lasciar cadere la versione mortifera e mortificante che abbiamo della fede, osare la resurrezione.

Perché, siamo sinceri, il rischio di rimanere ai piedi della croce è reale, l’abitudine a non volere lasciare il venerdì santo è molto più diffusa di quanto immaginiamo. O, peggio, il rischio di venerare Gesù con tanto di olii aromatici, come si fa con un cadavere, appunto.

Coltivare una fede crocefissa che finisce con l’esaltare un dolore, il mio, per sentirmi tanto sfortunato ma, almeno, simile a quell’appeso. Magari portando una “croce” che, chissà perché, Dio mi avrebbe mandato per mettermi alla prova… Ma dai! Tanti bacini al crocefisso, senza accorgerci che il Signore è vivo, presente, e ci chiede di metterci in strada, di tornare in Galilea.

Proprio in Galilea era iniziato tutto, proprio la Galilea è il luogo dell’incontro, dell’abbraccio, della chiamata, della gioia profonda. Dovremmo farlo più spesso: tornare con la memoria all’origine della nostra fede, così come una coppia fa memoria dell’innamoramento per superare le inevitabili fatiche dell’abitudine dopo tanti anni di convivenza e di condivisione.

Abbandonare il sepolcro e tornare in Galilea per (ri)scoprire il risorto che, pure, seguiamo da tempo. Questo siamo chiamati a fare, in questo luminoso e intenso tempo pasquale: convertirci alla gioia, far brillare la fede come lampada ai nostri passi.

Sapendo che molti, vedendo la nostra fede, fanno spallucce, ci prendono per idioti, per minorati, per incapaci, per superstiziosi e fanatici. È successo il giorno dopo la resurrezione, quando i membri del Sinedrio, ben più che preoccupati della notizia della sparizione del corpo del Nazareno, spendono soldi per diffondere le prime fake news della storia del cristianesimo. E hanno perfettamente ragione nel farlo: negare la resurrezione significa demolire la fede in Gesù Cristo dalle sue fondamenta, come ben ci ricorda san Paolo.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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