Il vedere della fede è un cammino: dallo sguardo all’interpretazione di ciò che vediamo, dal vedere oggetti al lasciarsi raggiungere da una presenza. È un passaggio lento, a volte doloroso.
C’è un vedere che si ferma alla superficie delle cose, che osserva la pietra ribaltata della nostra storia e ne deduce solo perdite, errori, fallimenti. È uno sguardo ferito, come quello di Maria di Magdala: comprensibile, ma incompleto, perché resta prigioniero dell’assenza e non osa un andare oltre.
- Pubblicità -
È uno sguardo coraggioso ma ancora inquieto, quello di Pietro. Entra nei luoghi interiori in cui la vita sembra sfilacciarsi, riconosce i legami spezzati, le pieghe non risolte del cuore e sceglie comunque di non fuggire. Questo vedere non è ancora fede, ma è già disponibilità: è il coraggio di entrare nei “sepolcri” che ognuno porta con sé, sapendo che solo attraversandoli può nascere qualcosa di nuovo.
Infine, c’è lo sguardo del discepolo amato: un vedere che non ha più bisogno di appoggiarsi a un oggetto preciso. È lo sguardo che nasce dall’amore, lo sguardo che riconosce la vita là dove ogni indizio parlerebbe di morte. In lui la vista lascia il posto alla fiducia, e la fiducia apre alla rivelazione.
La fede pasquale è conversione dello sguardo: non occhi che pretendono prove, ma occhi che si lasciano trasformare, che credono e perciò vedono. Non è ottimismo né fuga dalle oscurità, ma la certezza che dentro ogni limite può germogliare una possibilità nuova.
Chi ascolta la voce del Risorto impara a vedere oltre il segno, oltre la paura, oltre la logica delle perdite. Impara a rivolgere lo sguardo dove lo Spirito suggerisce, a riconoscere che la vita rinasce sempre grazie a un amore più grande del nostro.
Per Riflettere
Come posso allenare il mio sguardo a fidarsi, a non fermarsi solo alle apparenze o alle difficoltà, e imparare a riconoscere la vita e la speranza anche nei momenti in cui tutto sembra spento o inutile?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
