Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 22 Marzo 2026

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Il racconto della risurrezione di Lazzaro, nel capitolo 11 del Vangelo di Giovanni, ci mette davanti a una delle esperienze più radicali della vita: la morte.

Non solo quella fisica, ma tutte quelle situazioni in cui tutto sembra finire, in cui non si vede più una via d’uscita.

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Gesù riceve la notizia della malattia dell’amico, “colui che ami”. Eppure, in modo sorprendente, non si affretta ad andare. Anzi, rimane dov’è.

È un comportamento che ci spiazza, perché non corrisponde alla nostra logica. Noi correremmo subito, prenderemmo il primo volo.

Gesù invece no. Qui il Vangelo ci introduce in un mistero: il tempo di Dio non è il nostro.

Quando sembra che Egli ritardi, non è assente. Anche quando non lo vediamo, continua ad agire. Anche quando le nostre preghiere sembrano cadere nel vuoto, sono custodite nel suo cuore.

Non è una risposta facile, ma è una chiamata alla fiducia totale.

Il cuore del lungo brano è l’incontro tra Gesù e Marta. Lei esprime insieme dolore e fede: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto…” e subito dopo: “Ma anche ora puoi…”.

Gesù la conduce più in profondità e pronuncia quelle parole, tra le più alte del Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.”.

Il Maestro non offre semplicemente una soluzione, ma rivela se stesso. La risposta di Dio non è qualcosa, è una Persona.

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E poi la domanda decisiva: “Credi tu questo?” È una domanda che attraversa il tempo e raggiunge ciascuno di noi. Non chiede una spiegazione, ma una fiducia.

Credere significa affidarsi, anche quando non si capisce, anche quando si attraversa il buio.

Davanti alla tomba, Gesù compie un gesto sconvolgente: scoppia in pianto. Dio non resta distante dal dolore umano, ma lo condivide.

Un autore antico, Potamio di Lisbona, commenta: “Dio pianse, perché coloro che potevano essere immortali, sono stati condotti alla morte dal peccato” (Discorso su Lazzaro).

Le lacrime di Cristo rivelano il volto di un Dio che soffre con l’uomo. E allora nasce una domanda anche per noi: siamo ancora capaci di lasciarci toccare dal dolore degli altri?

Di fronte agli innocenti che muoiono, ai poveri dimenticati, ai profughi, alle famiglie ferite, sappiamo ancora commuoverci, o ci siamo abituati?

Infine, Gesù grida: “Lazzaro, vieni fuori!” È una parola che chiama alla vita. Il morto esce dal sepolcro.

È il segno che anticipa la Pasquala morte non è più l’ultima parola. In Cristo, anche ciò che appare definitivamente chiuso può essere riaperto alla vita.

Il Vangelo di oggi ci lascia con una domanda che non possiamo evitare: “Credi tu questo?”.

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.

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