L’acqua, la luce, la vita: sono i tre doni che ci preparano alla Pasqua.
Il deserto, in quei 40 giorni di sosta di Gesù, ha visto il Padre confermare il Figlio nell’amore, nella forza di una relazione fatta di solitudine e presenza. Un amore totale, inscalfibile, generativo.
Sul monte il Padre ha confermato il Figlio in quella che sarebbe stata una missione davvero generativa: essere acqua, essere luce, essere vita per tutta l’umanità.
E allora eccoli, i tre incontri di Gesù che diventano segni reali di quella missione e che ci permettono di scoprire e contemplare il Signore nel vivo della nostra quotidianità.
La Samaritana, nella terza domenica di Quaresima, ci aveva convinto a lasciare la brocca, e con la brocca a lasciare i nostri bisogni, le nostre sicurezze.
Il cieco, nella quarta domenica di Quaresima, sorpreso dall’incontro con Gesù, ci ha chiesto di lasciarci sconvolgere da lui, dalla sua chiamata interiore, dalle sue proposte. Perché di fatto a volte ci è chiesto di andare al buio, ciechi, e di fare il primo passo nella fiducia: la luce non è il presupposto, ma è il dono.
Oggi, in questa quinta domenica di Quaresima, siamo in compagnia di Marta, di Maria e di Lazzaro, e attorno a noi c’è al tempo stesso puzza acre di morte e profumo di vita.
Tutto di noi dice limite, dice fine, dice morte; anche se queste sono parole che non vorremmo mai sentire né mai pronunciare. Sono parole, sono realtà da cui prendiamo le distanze. Sono situazioni che spesso rinneghiamo, eppure proprio nel limite, nella fine, nella morte possiamo varcare il confine più estremo e riscoprire la vita, sentirci raggiunti dalla vita.
Tutti noi ci scontriamo con speranze infrante, in più occasioni ci ritroviamo a pensare «Signore, se tu fossi stato qui…».
Ma i rimpianti di Marta e di Maria, il loro dolore sono sfidati dalla fede: «Se crederai, vedrai», dice Gesù a Marta; «Se crederai, vedrai», ripete a noi. E oggi queste parole ci raggiungono in profondità, sono una carezza per il nostro dolore, una spinta per quell’arrendevole resa di fronte al male del mondo che in certi momenti ci stringe e ci blocca. Queste parole abbracciano oggi le nostre sofferenze e ci risollevano da ogni forma di morte fisica e interiore: «Se crederai, vedrai». Ma quanto è difficile credere! E come possiamo riuscirci? Come reagire quando in molti ci pensano ingenui, o sprovveduti, o peggio: talmente deboli da aver bisogno di un’illusione per reggere al dolore?
La fede, come la croce, è scandalo e follia per chi nutre quell’intima convinzione di aver capito tutto della vita e di Dio.
Credere è scegliere di guardare oltre, e dentro, ciò che viviamo. Come Marta: è scegliere di non rinchiudersi nel proprio dolore, ma continuare a farsi tirare fuori dalla vita. Non è facile. Mai. Ma Marta ha incontrato Gesù fuori dalla sua comfort zone, perché l’incontro accade sempre fuori, in quel luogo di vulnerabilità e apertura, dove il controllo diminuisce la sua presa e l’imprevisto aumenta le sue possibilità.
E allora scegliere di credere, scegliere di continuare a credere significa uscire, per lasciarsi sorprendere da presenze che si fanno incontro, vita, orizzonte.
«Se crederai, vedrai»: ma noi oggi che cosa vogliamo davvero vedere? Soluzioni ai nostri problemi?
Che cosa vogliamo vedere: guarigioni? Benessere? Risurrezioni? Pace? Giustizia?
Che cosa vogliamo tirare fuori dai sepolcri?
Spesso mi dico che ciò che mi farà davvero vivere non sarà vedere il mio lazzaro venire fuori, perché anche Lazzaro prima o poi morirà di nuovo.
Perché per ogni problema risolto ce ne sarà sempre un altro.
Perché per ogni malattia da cui si guarisce poi ce ne sarà un’altra che comunque ci colpirà.
Io chiedo a me stessa: «Che cosa vorrei vedere?».
Che cosa mi guarirebbe per sempre e mi permetterebbe di sperimentare l’eterno nel limite?
Non rispondo oggi, perché credo che questo ultimo tratto di strada verso la Pasqua sia la nostra vera scuola. Lì troveremo la risposta.
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
