Missionari della Via – Commento alle letture di domenica 15 marzo 2026

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Pace e bene, questa domenica, lasciamoci illuminare dal segno della guarigione del cieco nato, chiedendo al Signore di saper riconoscere le nostre “cecità” e di lasciarci condurre docilmente da lui e dalla sua parola.

Il testo del Vangelo di questa domenica di Quaresima ci presenta molti dialoghi, e ci mostra un vero e proprio processo di discernimento che arriva al riconoscimento dell’opera di Dio e della propria vocazione.

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Un cieco dalla nascita si reca alla piscina di Siloe dopo aver incontrato un uomo che fa su di lui un gesto particolare con la saliva e il fango; costui si lava e ritorna a vedere. Eppure, colui che era stato visto da Gesù, ora non vede il suo guaritore, sa poco di lui.

Questa identità nascosta ci ricorda il modo delicato di Dio di approcciare alla vita dell’uomo: «è dall’ignoto e come ignoto che il Signore arriva sempre nella propria casa e tra i suoi […] Chi crede in lui è chiamato continuamente a riconoscerlo così» (Michel de Certeau). È proprio questa presenza gentile di Gesù che dona la libertà all’uomo di guardarsi dentro, di leggere la realtà alla luce di un incontro.

La folla, i vicini, i genitori del cieco, i farisei, cercano anche loro di capire ma alla maniera mondana. Perciò la vicenda assume la forma di un vero e proprio processo: non solo sul cieco e la sua vita ma anche su come agisce Gesù. Non c’è un incontro, ma una riflessione sull’incontro fra Gesù e il cieco.

Questo ci dice che l’esperienza cristiana non è una filosofia o un’etica da studiare, da capire razionalmente, ma un incontro che lascia dei frutti concreti. È infruttuoso, infatti, l’interrogatorio che indaga su vari ambiti, sul peccato, sulla malattia, sulla liceità del gesto di Gesù; si presuppone persino che ci sia uno scambio di persone, forse non era lo stesso cieco (v. 9).

Una maniera quasi giuridica di procedere, una modalità umana di agire di fronte a qualcosa che sfugge. Poi c’è l’esperienza del cieco che arriva a riconoscere Cristo come “luce del mondo” e sembra chiamarci a passare a nostra volta, dalla cecità alla luce.

San Paolo ci direbbe di comportarci da «figli della luce» (Ef 5,8), ci ricorderebbe che noi siamo chiamati ad essere luce, apparteniamo alla luce. Infatti, con il battesimo siamo chiamati a vivere da illuminati, come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica 1216: «Questo lavacro è chiamato illuminazione, […] ll battezzato, dopo essere stato illuminato”, è divenuto “figlio della luce” e “luce” egli stesso (Ef 5,8)».

Questo tempo di Quaresima è proprio un richiamo a coltivare il seme profetico del battesimo. Ci troviamo davanti a un uomo che acquisendo la vista, tramite illuminazione, acquisisce anche una certa libertà di cuore, una capacità di risposta a una vocazione.

Il cieco non sa tutto ma fa esperienza di Gesù, cammina, si fida nel concreto. Infatti, normalmente la vita dell’uomo oscilla fra il desiderio di dominare la scena e la tentazione di scomparire per timore di non contare abbastanza; acquisire la vista, invece, apre all’unica forma autentica e gioiosa di esistere, la ri-conoscenza.

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Il cieco riconosce e diventa libero, attraverso un processo, avviato dall’incontro con Gesù, che fa luce sull’esistenza della sua famiglia, dei farisei, delle sue relazioni, della sua malattia. Quest’uomo passa da una percezione iniziale di Gesù come “uomo straordinario”, del quale conosce solo il nome, a una confessione di fede che avvolge la sua esistenza: «Credo, Signore!».

La sua vita assume una certa autonomia, c’è una distanza dai genitori e viene persino espulso dalla sinagoga, dopo un vivace confronto con i farisei, che rivela una certa capacità benedetta di essere ironico. Davanti a coloro che prendono troppo sul serio i dettagli, coglie il punto: ora vedo per opera di Gesù.

Perciò non solo vede, ma riconosce e crede. Diventa un ex cieco che non si lascia piegare, un uomo libero e liberante. Chi invece non si apre all’incontro con la presenza reale di Gesù e vuole conservare il proprio potere, non potrà mai comprendere: per lui la verità coincide con le sue sicurezze, i suoi privilegi, i suoi interessi.

Ma questa è la cecità, come Gesù fa notare ai farisei. Chi viene liberato dalla cecità, invece, scopre la verità di Dio e dell’uomo: vede che Dio è per l’uomo e questa libertà si manifesta come amore e servizio.

Perciò il racconto si apre con un cieco che ritrova la vista e si conclude con coloro che, pur ritenendosi vedenti, restano ciechi nel cuore. Questo ci fa interrogare su noi stessi.

Quante volte abbiamo la presunzione di vedere, cioè con certezza mettiamo in atto congetture, giudizi che partono e finiscono con noi, abbiamo la presunzione di vedere e di sapere, quella che Michel de Montaigne nel suo scritto Saggi, chiama “la peste dell’uomo”.

A questa arroganza che si può diffondere contagiosamente, si oppone nel profondo dell’uomo il desiderio di essere un viandante della luce, che riconoscendo il pericolo della cecità, cerca colui che verrà a visitarci come sole che sorge (cf Lc 1,78).

Si tratta non di una presenza ma di una visita. Anche il segno della guarigione, compiuto con saliva e fango, non è solo una pratica proibita nei giorni festivi, ma è un gesto carico di fisicità, che ci dice che Gesù concretamente si fa incontrare e che, concretamente, ci tocca e trasforma la vita.

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