Alla ricerca di quel pozzo a cui abbeverarsi
Ci sono incontri che, riletti a distanza di tempo, sembrano appuntamenti; ci sono casualità che aspettano di incastrarsi nella vita quotidiana e che quella vita te la stravolgono, la lucidano, le danno respiro.
Tutto qua all’inizio sembra casuale: Gesù che si ferma stanco al pozzo, la donna che, guarda caso, proprio a quell’ora va a quel pozzo a prendere acqua, il sole alto e i discepoli che si sono dileguati in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
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Casuale appare anche la sete di Gesù appena vede la donna, come se la stesse aspettando, come se avesse sete di lei. Sete è bisogno di Dio e dell’essere umano, è linguaggio comune, appartenenza reciproca. Gesù ci mostra oggi un Dio che si presenta a partire dal desiderio, dalla mancanza: non un Dio che giudica e che si impone, ma un Dio che si affida a te, mendicante anche lui.
E questa donna potrebbe apparire un po’ impertinente con le sue continue domande: non smette di interrogare e chiedere spiegazioni tanto da sembrare addirittura sfacciata; ma anche lei ha sete, sete di senso. È lei che pone le grandi domande: dove adorare, come vivere, cosa conta davvero.
Ed è a lei che Gesù fa una delle rivelazioni più stravolgenti: “Sono io, che parlo con te”. Non rivela questo ad un teologo o ad un potente, ma ad una donna ai margini, come se la verità più profonda potesse essere accolta solo da chi non ha più nulla da difendere. Da chi ha sete. […] Continua a leggere su Avvenire.
