“Ciò che sei grida più forte di ciò che dici”, diceva don Oreste Benzi. L’ipocrisia è il virus tipico della persona religiosa, ma non solo religiosa. La legge dell’apparire in contraddizione con ciò che senti e ciò che fai purtroppo domina, anche inconsapevolmente, in questo mondo. È questa l’ipocrisia che intacca in sostanza il nostro essere figli di Dio e fratelli, e questo funziona a tutti i livelli. Funziona in chiesa, in piazza, nell’ufficio, dappertutto.
Quello che Gesù attribuisce nella sua epoca agli scribi e ai farisei, che erano persone anche brave, tutto sommato stimabili, noi possiamo facilmente applicarlo a quelli del tempo passato, agli altri, anche ai preti eventualmente. Ma tutti i difetti che vediamo nella persona che ci sta accanto sono esattamente quelli che stanno dentro di noi e che non vediamo. Quindi questa descrizione degli scribi e dei farisei ci fa da specchio per vedere quel male radicale che s’annida in ciascuno di noi.
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Questo vangelo ci vuol condurre ad una grande libertà interiore alla quale non si arriva con le denunce degli altri, ma attraverso l’emersione di quel male sottile che sta dentro ciascuno di noi: quello dell’incoerenza tra dire e fare, “dicono e non fanno”, quello del volere apparire a tutti i livelli, quello di esser importanti, dell’essere maestri, dell’essere padri, dell’essere quelle persone che tutto sommato si alzano sopra gli altri.
Si può prevalere sull’altro o con la cattiveria, ma allora ti dicono che sei cattivo ed eventualmente si potrebbe finire anche in prigione; oppure c’è un modo di prevalere sull’altro, di uccidere il fratello e di uccidere se stessi come figli di Dio, che quasi non ci si accorge che avvenga: è usare il bene, le qualità che abbiamo, invece che per unirci agli altri in un servizio reciproco di amore, per dominare e servirci degli altri come il proprio piedistallo.
Per cui tutto il bene che pensiamo di realizzare e vivere è ridotto a male e distrutto da questa ipocrisia; perché siamo troppo sensibili al come siamo visti e stimati dagli altri invece di considerare la vera stima che devo avere di me e degli altri in quanto figlio di Dio e fratello di Gesù Cristo.
Non possiamo ridurre la Parola a un insieme di norme, di leggi, che oltretutto varrebbero solo per gli altri, perché il vangelo non sarebbe più quell’amore verso il Padre, verso i fratelli che ci fa vivere con gioia, con libertà, con impegno; diventerebbe un insieme di cose da osservare, di regole e basta. Un pesante fardello, come dice Gesù, che in quanto tale è un peso, mentre Gesù ci invita a prendere su di noi il suo giogo.
Giogo vuol dire che congiunge, è un’unione d’amore con lui e con il Padre che ci fa vivere proprio con gioia la vita fraterna; il contrario del pesante fardello. Infatti il giogo è soave e leggero perché si porta in due, e Gesù è il primo che lo porta e ci aiuta a portarlo insieme con Lui.
Per Riflettere
La logica dei rapporti che deve regolare la comunità cristiana è quella dell’umiltà.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
