Comunità Kairos – Commento al Vangelo di domenica 1 marzo 2026

Domenica 25 Maggio 2025 - VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 14,23-29

Data:

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L’episodio della trasfigurazione avviene “sei giorni dopo” le vicende ambientate nella regione di Cesarèa di Filippo (Mt 16,13-20): Pietro ha riconosciuto l’identità messianica di Gesù, “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, ha ricevuto il cosiddetto “potere delle chiavi” e Gesù ha annunciato per la prima volta la sua passione, morte e risurrezione e le condizioni per seguirlo (vv. 21-28).

In quel contesto, concludendo il suo insegnamento sulla sequela, Gesù rivela ai discepoli che “vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno” (v.28). Questo avvenimento si inserisce pertanto al culmine della vita pubblica di Gesù, prima dei giorni decisivi in Gerusalemme, prefigurazione e preannuncio della Pasqua imminente e dell’evento della risurrezione.

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Il significativo messaggio che viene trasmesso dall’evangelista Matteo è chiaro: Gesù è il nuovo Mosè da ascoltare, è il Figlio diletto di Dio nel quale viene anticipato e svelato il nome della salvezza riservata a tutti: trasfigurazione, ovvero “metamorfosi”.

Mosè attese sei giorni prima di ricevere la parola del Signore, “Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube” (Es 24, 15-16), gli stessi giorni che hanno dovuto attendere Pietro, Giacomo e Giovanni prima di essere condotti in alto sul monte Tabor, luogo della rivelazione del Figlio, parola di Dio da ascoltare. Mosè ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti, sono il dono col quale Dio ha accompagnato il suo popolo, e adesso sono i testimoni che nel Figlio risiede la pienezza del dire del Padre all’uomo, una parola iniziata infatti con Mosè, proseguita con Elia e portata a compimento in Gesù di Nazareth.

Un Gesù di cui Dio manifesta la gloria trasfigurandolo, come espresso dalla forma passiva del verbo. “Fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (v.2). Gesù è luce al pari del Padre e per questo i discepoli sono anche chiamati “figli della luce” (Gv 12,36). Nella metamorfosi di Gesù l’intera umanità può sperare e percepire un’inaudita possibilità di futuro e nell’”ascoltatelo” la via da seguire. Gesù aveva detto che “I giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro” (Mt 13,43) ed ora manifesta che colui che vive secondo la volontà del Padre è reso luminoso della stessa luce di Dio.

Pietro afferma che è bello essere coinvolti dall’esperienza del dono gratuito di sé da parte di Gesù. Egli scopre che diventa bello tutto ciò che è raggiunto e trasformato dalla presenza di Dio: la bellezza di Gesù lo ha pervaso, trasformandosi in gioia e nel desiderio di trattenere e prolungare quel momento. A differenza del battesimo di Gesù (Mt 3,13-17), la trasfigurazione coinvolge direttamente anche i discepoli e apre per Pietro una prospettiva nuova di comprensione. Dio realizza in altro modo ciò che Pietro voleva realizzare umanamente attraverso le tre tende: la nube, segno della presenza potente e benevola di Dio già nell’AT, aveva accompagnato Israele nel deserto (Es 14,19), era scesa

sul monte Sinai rivelando la presenza della gloria di Dio (Es 24,15-18), adesso avvolge e protegge i discepoli. A differenza di Mosè, il quale “non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube dimorava su di essa e la gloria del Signore riempiva la dimora” (Es 40,34-35), essi possono entrare nella nube, segno che partecipano alla gloria di Cristo.

In questo evento nasce simbolicamente la Chiesa, composta da uomini fragili ma sostenuti dalla forza del Signore. I discepoli assistono ad una teofania, dove al segno percepibile della vista, la nube, se ne aggiunge uno percepibile dall’udito: una voce. La nube diventa il luogo dove si ascolta la voce: “Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo!” (v.5).

In tale dichiarazione Dio rivela il suo rapporto con Gesù e lo riconosce anzitutto come suo Figlio, l’amato. La base dell’autorità di Gesù è il suo rapporto con Dio Padre: perché è il Figlio di Dio, i discepoli sono tenuti ad ascoltarlo. La forma “Ascoltatelo!” è all’imperativo presente e indica quindi un ascolto costante delle parole del Figlio di Dio. Da quel momento, per i discepoli e per gli uomini e le donne di ogni tempo, la via della sequela di Gesù di Nazareth è tracciata: ascoltare la parola di Dio attraverso le parole e la vita del Figlio. Ascoltatelo significa “non racchiudetelo in una tenda”, ma seguitelo, imitatelo, dategli obbedienza e comportatevi come lui ha agito, conformandovi a lui. Occorre imparare da Gesù l’abbandono al Padre, accogliere le beatitudini e tutto ciò che Gesù ha incarnato e trasmesso col suo messaggio evangelico di pace e giustizia.

Ma insieme alla gioia della bellezza sperimentata accanto al Maestro c’è anche il timore: “All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore” (v.6).

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Gesù, dopo avere toccato discepoli prostrati, li invita ad alzarsi e a non temere, ovvero li esorta a non restare “sul monte dell’esperienza spirituale”, ma a riprendere il cammino verso la prassi della vita quotidiana e verso la “Gerusalemme” definitiva, senza paura, confidando nella presenza di Dio. La Trasfigurazione coinvolge pienamente i discepoli, anche nei sensi: essi vedono, ascoltano e sono toccati da Gesù, mostrando che il corpo è luogo dell’esperienza spirituale e della comunione con Dio e con i fratelli. I sensi però devono essere educati dall’ascolto della Parola. Così, rialzandosi, i discepoli “vedono Gesù solo” (v.8). Se al Sinai “il popolo udiva i tuoni, il suono della tromba e vedeva i lampi e il monte fumante” (Es 20,18), sul monte della Trasfigurazione i discepoli vedono la Parola stessa, vedono il Verbo, colui che con la sua vita e le sue parole narra di un Dio misericordioso e prossimo all’umanità. Questa esperienza orienta e unifica il loro desiderio verso Cristo e sosterrà la loro sequela fino alla fine.

Adesso i discepoli devono scendere dal monte ed eseguire l’ordine di Gesù: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (v.9). Dopo quell’evento, memori dell’esperienza della bellezza apparsa sul Tabor potranno condividerla con chi non la conosce e con chi in forme diverse ne è alla ricerca: “Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza (2Pt 1,16-19).

Per i credenti di ogni epoca della storia dell’uomo segnata costantemente dai conflitti e dal male, rimane un grande interrogativo su cui meditare, efficacemente espresso dalle parole sempre attuali del cardinale Martini: “Quale bellezza salverà il mondo? Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo. Non basta neppure, per la nostra epoca disincantata, parlare di giustizia, di doveri, di bene comune, di programmi pastorali, di esigenze evangeliche. Bisogna parlarne con un cuore carico di amore compassionevole, facendo esperienza di quella carità che dona con gioia e suscita entusiasmo; bisogna irradiare la bellezza di ciò che è vero e giusto nella vita, perché solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio” […]

(C.M. Martini, dalla Lettera Pastorale 1999/2000).

Commento di Luigi. Per gentile confessione della Comunità Kairos.