La triste notizia del piccolo Domenico di Napoli, che ha perso la vita perché i medici volevano riparare il suo cuore con un cuore bruciato, ci scuote perché ci fa sentire falliti, fragili e che nonostante ogni cura possiamo perdere ciò a cui teniamo: la vita.
Spesso nel nostro cuore sperimentiamo ferite, disillusioni, amarezze che sembrano spezzarci dentro: «perché proprio a me?», «perché quel dolore?»… e resta la domanda che nessuno riesce davvero a zittire. A ben pensarci è la stessa “morte del cuore” che leggiamo nelle Letture di oggi.
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La prima lettura ci porta nel deserto dell’Eden dove l’uomo e la donna si staccano dal cuore di Dio per un miraggio di saggezza e libertà. Il serpente promette che diventeranno come Dio… ma poi finiscono per conoscere la nudità della separazione da Dio.
Nel Vangelo, Gesù, entra nel deserto quaresimale e ci mostra un’altra strada perché non si lascia abbagliare dalle promesse di potere, non cede alla fame, non mette alla prova il Padre, ma risponde: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
È questo il cuore che siamo chiamati a coltivare: un cuore che non si spezza nella paura o nel doppio legame, ma si educa alla fiducia nella Parola di Dio. Gesù resiste perché conosce l’unica fonte che può davvero nutrirci: non un “cuore perfetto” di chirurgia, ma una relazione viva con il Padre.
In questo tempo di Quaresima, siamo invitati a guardare dentro di noi, a riconoscere dove il nostro cuore è tentato di cedere alle lusinghe di un “dio” qualunque (successo, popolarità, controllo) e a ritornare a Lui.
Oggi può accadere nelle nostre relazioni come, ad esempio, in una parola dura non perdonata, in un’illusione di indipendenza da Dio, nell’egoismo che ci chiude al prossimo.
A volte, è proprio nel cuore ferito che possiamo vedere l’inizio della nostra conversione.
Quale ferita stai portando nel tuo cuore che ti può aiutare ad avvicinarti alla fiducia in Dio, piuttosto che allontanarti da Lui?
don Domenico Bruno
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