Carlo Miglietta – Commento alle letture di domenica 15 Febbraio 2026

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Il “discorso della montagna”

Letture: Sir 15,16-21; 1 Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

La Torah di Gesù

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Il famoso “discorso della montagna” del Vangelo di Matteo sta non solo al cuore di questo Vangelo ma è fondamentale per la comprensione dello stesso cristianesimo. 

Matteo scrive il suo Vangelo per gli ebrei, e pertanto era particolarmente cogente esplicare questo rapporto tra la tradizione mosaica e la novità del Vangelo. Ma per Gesù non è sufficiente l’osservanza indicata dai teologi del tempo, gli scribi e i farisei: egli vuole una giustizia maggiore, più abbondante (“perissèuo”: Mt 5,20), che superi le interpretazioni tradizionali. Ecco perché Gesù, in questo brano evangelico, presenta quattro antitesi.

Quattro antitesi

1. La violenza e la riconciliazione

“Avete inteso che fu detto agli antichi: «Non uccidere» (Es 20,13; Dt 5,17). Ma io vi dico chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto a giudizio…”. A Gesù non basta vietare l’omicidio. Vuole frenare l’aggressività insita nel cuore dell’uomo, spegnere la collera prima che si estrinsechi nella violenza, fermare quel chiacchiericcio che Papa Francesco definiva “un’arma letale, che uccide, uccide l’amore, uccide la società, uccide la fratellanza”. Gesù va alla radice del comandamento e lo traduce in: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5,5); “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).

2. Adulterio e amore come dono

La seconda antitesi riguarda la sessualità. Per Gesù non basta: “Non commettere adulterio” (Es 20,14; Dt 5,18). Egli vuole frenare il desiderio di possesso, il bramare un’altra persona per impadronirsene. Tutto il corpo con la sua sessualità deve essere ordinato non al piacere egoistico ma all’amore, alla relazione profonda, al dono reciproco. Per questo Gesù dice, come ribadirà in Mt 19,1-19, che Dio non vuole il ripudio, ma che l’amore tra i due sia esclusivo e per sempre. 

Il brano di Matteo presenta, insieme al rifiuto del divorzio, il famoso inciso che tanto ha fatto discutere: “Chiunque ripudia la propria moglie, eccetto in caso di porneìa, la espone all’adulterio” (Mt 5,32; cfr 19,9). Sicuramente la porneìa non è il concubinato, come invece traduceva la Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana del 1971, perché non si vede perché l’evangelista debba prevedere un’eccezione specifica per una cosa ovvia. L’esegesi oggi più attendibile ci fa notare come l’inciso della porneìa figuri solo nel Vangelo di Matteo, che scrive per gli ebrei convertiti delle comunità della Palestina e della Siria: costoro continuavano ad attenersi alle consuetudini giudaiche che proibivano la zenut, o “prostituzione” secondo gli scritti rabbinici, cioè quelle unioni considerate incestuose perché contrassegnate da un grado di parentela proibito nel libro del Levitico (Lv 18,6-18), come il matrimonio con la matrigna o con la sorellastra, unioni spesso invece consentite dalla legislazione romana: in questo caso il cristiano non solo poteva sciogliere l’unione ma, in quanto non era un valido matrimonio, aveva il dovere di liberarsene (1 Cor 5,1-5; At 15,20.29). Accettando questa interpretazione, la Bibbia della CEI del 2008 traduce porneìa come “unione illegittima”.

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3. Lo scandalo e la radicalità del Vangelo

Alcuni detti del Signore ci lasciano sconcertati. Come quello in cui Gesù afferma che è meglio essere uccisi per annegamento o amputati di mano, piede, occhio che dare scandalo (Mt 5,29-30; cfr Mc 9,42-47). Lo “skàndalon”, “scandalo”, è la pietra di inciampo sul cammino dei fratelli. “Lo scandalo proviene soprattutto dal fatto che non si prende sul serio la radicalità del Vangelo, che esige di sapersi amputare anche la mano, il piede, l’occhio. Ma noi – questo è lo scandalo serio! – abbiamo troppe mani per prendere e nessuna per dare… Noi abbiamo troppi piedi per percorrere infinte strade tortuose, e nessun piede che ci porti a seguire Cristo… Noi abbiamo troppi occhi per vedere e credere a un gran numero di specchietti e di paccottiglie, ma nessun occhio per vedere la luce di Cristo… Questo è lo scandalo nostro! Bisogna che torniamo alla radicalità del Vangelo: tagliarci via le infinite mani, piedi e occhi, e tenere solo la mano che soccorre l’altro, il piede che cammina verso la meta e l’occhio che la vede” (G. Clerici, S. Fausti). 

4. Giuramento e sincerità

La quarta antitesi riguarda l’autenticità dei rapporti interpersonali. Non basta: “Non dire falsa testimonianza” (Es 20,16 – Dt 5,20). Il parlare di ciascuno deve essere sempre limpido, al punto da non rendere necessario di chiamare Dio a testimone: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5,37).

In tal modo la Legge di Dio è esplicata nella sua profondità e nella sua radicalità. Solo Gesù la Parola di Dio fatta carne, poteva presentarsi come il Mose ultimo e definitivo.  

Il commento alle letture della domenica a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

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