«Beato» te, a cui manca sempre qualcosa
Li vedo, sento il battito accelerato dei loro cuori, leggo nei loro occhi lo stupore innamorato, la sorpresa innocente di chi si trova fianco a fianco con l’inimmaginabile, con l’impossibile.
Mai avevano pensato di poter ascoltare quelle parole; loro, gli ultimi, gli scartati dalla vita e dalla gente perbene, quelli che avevano sempre pensato di restare chiusi e umiliati nel loro mutismo, azzittiti dalla violenza delle parole di chi conta davvero agli occhi del mondo.
Ai piedi del monte una voce li chiama «beati»: ma chi, io? Io che sono deriso da tutto il mondo e accusato di ingenuità e di poca furbizia? Io che pago con lo scherno la mia onestà, che mi lascio emozionare da un tramonto o da una piccola onda del mare e non dall’accumulo della ricchezza nel mio portafoglio?
Io che non ho più lacrime, tutte sparse da un dolore che non avrei voluto, insopportabile come un macigno sulle spalle che mi schiaccia giorno dopo giorno? Io che mi sento straziare nella mia impotenza davanti ai soprusi di chi invece ha il potere di annientare e di distruggere? […] Continua a leggere su Avvenire.
